Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Scipione Maffei (Verona, 1 giugno 1675 – Verona, 11 febbraio 1755) è stato uno storiografo, drammaturgo ed erudito.
Negli anni cinquanta Maffei, assieme a Ludovico Antonio Muratori, aprì un dibattito su magia e religione, intervenendo con l'Arte magica dileguata, in cui mise in luce l'incompatibilità del cristianesimo ormai illuminato e ragionevole con la persistenza della magia (criticando vivamente le tesi di Girolamo Tartarotti, il quale, pur avendo condannato la persecuzione delle streghe, aveva ammesso l'esistenza delle pratiche magiche, dal che nacque un accesa polemica tra i due letterati), e successivamente con l'Arte magica distrutta. Prima di morire avrebbe tratto tutte le conseguenze dal dibattito che ne conseguì con l'Arte magica annichilata.
Formazione e primi scritti
Proveniente da una nobile famiglia veronese, Maffei ricevette la sua prima formazione presso i gesuiti, che gli trasmisero una solida base umanistica e retorica. Successivamente compì studi giuridici a Parma e a Mantova, senza tuttavia dedicarsi mai in maniera esclusiva alla carriera forense, poiché le sue inclinazioni naturali lo orientavano verso la letteratura, la storia e l’erudizione antiquaria.
Nel 1698 compì un lungo viaggio che lo portò a Roma, Firenze, Torino e soprattutto a Parigi, dove ebbe modo di entrare in contatto diretto con l’ambiente culturale francese, aggiornato sui dibattiti europei più recenti in materia letteraria e filosofica. L’esperienza parigina ebbe un ruolo decisivo nell’allargare i suoi orizzonti intellettuali, consentendogli di confrontarsi con la cultura gallica e di assimilare modelli che avrebbero poi influito sulla sua produzione drammatica e critica.
Rientrato a Verona, Maffei si impegnò in un’intensa attività di scrittore, erudito e organizzatore culturale. Nel 1710, insieme ad Apostolo Zeno e Antonio Vallisneri, fondò il Giornale de’ Letterati d’Italia, periodico che ebbe un ruolo di primo piano nella diffusione di idee e conoscenze nuove, fungendo da punto di riferimento per la comunità degli studiosi italiani e ponendosi come strumento di confronto con la cultura europea. Attraverso il giornale, Maffei contribuì ad animare il dibattito letterario e scientifico, consolidando il proprio prestigio e collocandosi tra i protagonisti della vita culturale del suo tempo.
Produzione letteraria e teatrale
Il nome di Maffei rimase legato soprattutto alla tragedia Merope (1713), rappresentata per la prima volta a Verona e subito accolta con entusiasmo. L’opera segnò un momento di svolta nel panorama teatrale italiano: scritta in versi sciolti, sobria nello stile e rigorosa nella costruzione drammatica, rompeva con la tradizione barocca e si avvicinava ai modelli francesi, in particolare a Racine e Corneille. Il suo successo fu straordinario non solo in Italia, dove la tragedia venne più volte ristampata e rappresentata, ma anche in Europa: in Francia, in Germania e perfino in Inghilterra circolarono traduzioni e adattamenti che contribuirono alla diffusione della fama di Maffei oltre i confini nazionali.
La Merope venne apprezzata dai contemporanei per l’intensità tragica, l’unità d’azione e l’aderenza ai principi del teatro classico, elementi che la resero un modello per i riformatori del dramma italiano. Nei decenni successivi, l’opera continuò a essere considerata un punto di riferimento, tanto da influenzare lo stesso Vittorio Alfieri.
Accanto alla Merope, Maffei scrisse altre opere teatrali, tra cui commedie e drammi minori, oltre a saggi di poetica e interventi letterari nei quali elaborò la sua concezione di un teatro civile, capace di istruire e commuovere lo spettatore. In tutti i suoi scritti si distinse per un linguaggio sobrio, chiaro e incisivo, lontano dagli artifici barocchi, e per la costante attenzione al pubblico, che egli riteneva parte integrante del successo di un’opera teatrale.
L’attività antiquaria e storica
Parallelamente, Maffei sviluppò un’intensa attività antiquaria e storiografica, che costituì un tratto distintivo della sua produzione intellettuale. Il suo capolavoro in questo ambito è il monumentale Verona illustrata (1731-1732), in quattro volumi, in cui ricostruì con ampiezza di vedute, erudizione e spirito critico la storia civile, artistica e archeologica della sua città. L’opera, frutto di anni di ricerche, coniugava un’attenzione meticolosa alle fonti con l’uso di materiali epigrafici e numismatici, ponendo le basi per un metodo di ricerca storico-archeologica che avrebbe esercitato larga influenza negli studi successivi.
La passione antiquaria di Maffei lo spinse a raccogliere monete, epigrafi, statue, iscrizioni e reperti di varia natura, in un’attività sistematica che non si limitava al collezionismo privato, ma che mirava a una funzione pubblica e didattica. Nel 1745 fondò infatti a Verona un museo, concepito come luogo di conservazione e di studio, che può essere considerato uno dei primi esempi di museo pubblico in Italia. Attraverso questa istituzione, Maffei intendeva promuovere la conoscenza del patrimonio locale e formare una coscienza storica cittadina, in sintonia con la più ampia prospettiva europea che vedeva nei monumenti antichi strumenti di educazione civile.
Il suo impegno antiquario, insieme alla produzione letteraria e teatrale, conferì a Maffei un ruolo di primo piano non solo nella cultura italiana, ma anche in quella europea, dove il suo metodo critico e il suo interesse per la valorizzazione dei beni storici furono riconosciuti come anticipatori di una moderna sensibilità storico-patrimoniale.
Il dibattito sulla magia
Negli anni Cinquanta, Maffei intervenne con decisione nella discussione sulla magia e la superstizione, che stava animando non solo gli ambienti eruditi italiani ma anche il dibattito europeo. In Italia il confronto vedeva tra i protagonisti Ludovico Antonio Muratori, fautore di un cristianesimo purificato da elementi superstiziosi, e Girolamo Tartarotti, autore del celebre Congresso notturno delle Lammie (1749), che aveva suscitato vivaci reazioni. Tartarotti, pur opponendosi con fermezza alla validità dei processi per stregoneria, continuava infatti ad ammettere la realtà di pratiche magiche e di influssi demoniaci, collocandosi in una posizione intermedia tra razionalismo illuminato e tradizione demonologica.
Maffei giudicò questa posizione non solo insostenibile sul piano dottrinale, ma anche pericolosa sul piano culturale, in quanto rischiava di legittimare il permanere di credenze superstiziose in un contesto che andava ormai orientandosi verso la ragione e la critica storica. Per questa ragione decise di intervenire con una serie di scritti, nei quali maturò progressivamente una posizione sempre più radicale.
Nel 1750 pubblicò l’Arte magica dileguata, dove affermava l’incompatibilità tra cristianesimo e magia, sostenendo che la religione, intesa in modo autentico e razionale, non poteva coesistere con superstizioni e pratiche magiche. Due anni dopo, con l’Arte magica distrutta (1754), rese ancora più esplicita la sua volontà di smontare alla radice ogni credenza negli influssi magici, interpretandoli come residui di un passato oscuro e contrario alla vera religione. Infine, nel 1755, pochi mesi prima della morte, pubblicò l’Arte magica annichilata, dove portò alle estreme conseguenze la sua visione: non soltanto la magia era incompatibile con il cristianesimo, ma doveva essere del tutto espunta dall’orizzonte culturale moderno, in quanto superstizione priva di fondamento e dannosa per la civiltà.
La polemica con Tartarotti si collocò dunque al centro del dibattito settecentesco sul rapporto tra fede e superstizione, assumendo un valore emblematico. Tartarotti rappresentava la resistenza di un immaginario ancora legato alla realtà delle pratiche magiche, pur temperato dalla condanna delle persecuzioni; Maffei, al contrario, incarnava l’esigenza di un cristianesimo ormai “illuminato”, conciliato con la ragione e pienamente integrato in una visione moderna della religione. Lo scontro tra i due rifletteva, più in generale, la tensione che attraversava la cultura cattolica italiana del tempo, sospesa tra l’adesione alla tradizione e l’apertura a forme di razionalismo critico.
Il ciclo delle tre opere di Maffei non si riduce quindi a una disputa erudita, ma costituisce un tassello fondamentale della ridefinizione del rapporto tra fede e superstizione nell’Italia del XVIII secolo. In esse si esprime la volontà di superare definitivamente l’eredità della demonologia e delle credenze magiche che avevano alimentato la caccia alle streghe, e di proporre al loro posto un cristianesimo depurato, ragionevole e compatibile con la modernità. Questo progetto, condiviso con Muratori e con altri eruditi cattolici dell’epoca, segna un passaggio decisivo nella trasformazione delle mentalità religiose del Settecento.
In tale prospettiva, la polemica maffeiana non ebbe solo una funzione di confutazione delle tesi di Tartarotti, ma contribuì a definire i contorni di una cultura cattolica riformata, che cercava di conciliare ortodossia e critica razionale, fede e ragione, aprendo la strada a un progressivo abbandono delle credenze superstiziose. La disputa tra i due eruditi rimane, ancora oggi, una delle più significative testimonianze del complesso percorso attraverso il quale la cultura italiana del Settecento affrontò e risolse il nodo della superstizione.
Ultimi anni e lascito culturale
Negli ultimi anni Maffei continuò la sua attività di scrittore e polemista, pur segnato dal peso dell’età e dalle controversie che avevano accompagnato i suoi interventi più recenti. Nonostante ciò mantenne una fitta rete di contatti con ambienti culturali italiani ed europei, coltivando corrispondenze che testimoniano il suo costante aggiornamento sugli sviluppi della cultura del tempo. La sua fama, già consolidata, era tale da garantirgli interlocutori di primo piano e una stabile reputazione di erudito e letterato.
Morì a Verona l’11 febbraio 1755, lasciando incompiuti alcuni progetti di ricerca, ma consegnando alle generazioni successive un corpus di opere che lo collocano tra i protagonisti della vita intellettuale del Settecento italiano. La sua eredità fu ampia: contribuì in maniera decisiva alla diffusione in Italia di istanze illuministiche moderate, favorendo il dialogo tra fede e ragione; diede impulso agli studi archeologici e storiografici, introducendo un metodo critico che anticipava la moderna erudizione storica; influenzò la scena teatrale europea, ponendosi come punto di riferimento per il rinnovamento del dramma italiano.
La fortuna della sua Merope in Francia e Germania attestò la capacità di un intellettuale veronese, apparentemente periferico rispetto ai grandi centri culturali europei, di inserirsi pienamente nel dibattito internazionale e di lasciare un’impronta duratura. In questo senso, Maffei può essere considerato una figura-ponte tra la tradizione erudita dell’Italia barocca e la nuova sensibilità illuministica, capace di coniugare l’attenzione alla memoria storica con l’esigenza di un cristianesimo ragionevole e di una cultura aperta al confronto europeo.
Bibliografia essenziale
- Gian Paolo Romagnani, Maffei, Scipione, in DBI, vol. 67 (2006) (e bibliografia ivi).
- Scipione Maffei nell’Europa del Settecento. Atti del Convegno, Verona, 23-25 settembre 1996, a cura di Gian Paolo Romagnani, Cierre, Verona 1998.
- Franco Venturi, Settecento riformatore, vol. I, Da Muratori a Beccaria, Einaudi, Torino 1969, pp. 255-410.
Voci correlate
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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]