Capece, Scipione

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Scipione Capece (Napoli, 1480 ca. – Napoli, 8 dicembre 1551) è stato un umanista, giurista e filosofo molto attivo nella Napoli del primo Cinquecento, non solo per le opere letterarie e giuridiche di cui fu autore o per la sua attività di editore di opere altrui, ma soprattutto per le sue idee politiche, filosofiche e religiose, che lo resero uno dei maggiori dissidenti della capitale. Entrò in contrasto con il viceré Don Pedro de Toledo e fu tra gli esponenti del movimento eterodosso valdesiano, attivo a Napoli dal 1534, che approdarono agli esiti più radicali.

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Biografia

Ampia, anche se non sempre convincente, è la bibliografia relativa alla biografia del Capece. Incerta è la data di nascita, che è tradizionalmente fissata al 1480 circa1. Sono state proposte date meno risalenti, alcune delle quali (1503, 1507 o 1508), però, incompatibili con alcune notizie certe. Tra queste è il fatto che Giovanni Pontano, la cui morte risale al 1503, abbia confidato al Summonte il proprio giudizio critico sulla produzione giovanile del Capece e del Sannazzaro, tacciabili di eccessiva accuratezza e diligenza. L’affermazione del Pontano è riportata in una lettera di Summonte al Capece2.
Scipione fu il secondogenito del giurista Antonio e Maddalena di Loffredo. I suoi fratelli furono Corrado, Muzio e Cicella3. La sua prima formazione fu orientata allo studio della letteratura, della filosofia e della teologia; successivamente anche a quello della giurisprudenza romana e contemporanea.
Dalle fonti biografiche affiora tra le prime attività quella di istitutore privato di Diritto civile. Nell’anno accademico 1518-1519 fu lettore di Instituta nello Studio napoletano e, in particolare, del II e IV libro delle Institutiones, materia del primo anno di studio del Diritto, con stipendio annuo di 12 ducati4. Ricoprì la carica di luogotenente, forse dal 1519 al 1520, a Cosenza. Nel 1526 sposò Giovanna Caracciolo, occasione per la quale l’umanista cosentino Antonio Telesio compose l’Epithalamium in nuptias Scipionis Capycii et Iuniae Caracciolae5. Da questa unione non nacquero figli.
Su esempio del Pontano e del Sannazaro, del quale fu allievo, alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1530, radunò nella propria casa alcuni intellettuali con cui discutere di filosofia, lingua e poesia, come attesta la dedica di Giovanni Paolo Flavio a Luigi de Toledo, figlio del Viceré, in Donati in libros duodecim Aeneidos6. Che presso la casa del Capece convenissero degli studiosi, è attestato anche da una lettera indirizzata dal Capece a Giovanni Francesco di Capua, conte di Palena un recente lavoro di Franco Bacchelli7. Nella missiva il Capece riferisce di una disputa avvenuta presso la propria casa (“apud me”) tra Basilio Sabazio, da lui considerato dottissimo, e altri studiosi, che si chiedevano se vi fosse un unico solstizio, tesi sostenuta dal Sabazio e condivisa dal Capece, o ve ne fossero due, tesi sostenuta da altri sulla base dell’erroneo commento di Servio al verso virgiliano delle Georg. 100: «Umida solstitia atque hiemes orate serenas»8.
Nel 1534 fu chiesto al Capece di sostituire presso lo Studio napoletano Gasparro de Leo nella cattedra “primaria” di Diritto civile per l’insegnamento dell'Ius civile serale con stipendio annuo di 200 ducati, insegnamento di cui fu titolare forse fino al 1537.
Il 25 novembre 1535 pronunciò per Carlo V, che tornava vittorioso dalla Tunisia, un’orazione di benvenuto a nome della città, come attesta Niccolò Toppi.
Il 16 dicembre 1539 ottenne la nomina a magistrato del Sacro Regio Consiglio e ricoprì tale incarico di consigliere, con una provvigione di 400 ducati, fino al 26 febbraio 1543, giorno a cui risale la sua destituzione per volontà del viceré don Pedro de Toledo «sine eiusdem Scipionis aliqua infamiae nota» ma, con ogni probabilità, perché sospettato di eresia e di opposizione al governo, insieme al collega Nicola Iacobo de Raynaldis.
La rimozione dall’incarico, messa in relazione dalla maggior parte degli storiografi con l’eventuale contemporanea soppressione della Pontaniana, a causa di un maggior controllo del potere governativo sulla vita culturale, è in ogni caso la spia di un cambiamento politico e, quindi, di un allontanamento del Capece dall’establishment. Giovanni Muto, che intepreta la nomina di Scipione Capece e quella di altri nuovi consiglieri come ricambio di ufficiali, conseguente allo scontro politico avvenuto all’interno della Camera della Sommaria tra le opposte fazioni del Conservatore Generale del Real Patrimonio Bartolomeo Camerario e dei Luogotenenti Jeronimo e Agostino de Francesco, avanza, anche per la destituzione dall’incarico, la tesi di un contrasto di natura politica tra gruppi di alleanze9.
Dopo essere stato destituito, il Capece preferì lasciare Napoli e si trasferì alla corte del Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, del quale godeva la stima, come attesta Bernardo Tasso nelle sue Lettere. A quell’epoca Ferrante non era ancora in aperto dissenso con il viceré don Pedro de Toledo, cosa che avvenne dopo la protesta napoletana del 1547. Il Capece restò a Salerno sicuramente fino a quella data. Circa la posizione del Capece presso i Sanseverino, da una lettera inviatagli da Bernardo Tasso da Augusta il 7 gennaio 1548, sembra di poter dedurre che fosse impiegato alla corte di Salerno nel periodo di assenza del Principe, impegnato in Fiandra al servizio di Carlo V10.
Scipione Capece morì l’8 dicembre 1551 e fu sepolto nella cappella di S. Giorgio in San Domenico Maggiore a Napoli.

Le opere e l’attività di editore

Scipione Capece scrisse opere di ambito giuridico e letterario. La prima pubblicazione di ambito giuridico è l’opuscolo Scripta super titulum de acquirenda possessione…, dedicato a Luigi de Toledo, figlio del viceré, ed edito a Napoli presso Johannes Sultzbach, in merito al quale Toppi segnala l’assenza dell’anno nelle note tipografiche11. Il Capece pubblicò il breve compendio di diritto comparato Magistratuum Regni Neapolis qualiter cum antiquis Romanorum conveniant compendiolum, edito, come riporta il Toppi, nel 1544 a Salerno e, successivamente, nel 1594, a Napoli12. Non c’è traccia tra le cinquecentine di un suo commento alla lettura in materia di De soluto matrimonio, al quale accenna il tipografo Giovanni Sultzbach nelle note stampate alla fine del De acquirenda possessione, specificando: «nihil commune cum nonnullis notatu dignis que idem dominus scripsit in lectura soluto matrimonio».
Anche la prima produzione letteraria del Capece è edita a Napoli presso il tipografo Giovanni Sultzbach: nel 1532 esce l’Inarime, poemetto in esametri sulle origini di Ischia, ritiro prediletto di Vittoria Colonna, cui tale componimento è dedicato; al 1533 risale la prima edizione del poema esametrico in tre libri sulla vita di San Giovanni Battista De Vate Maximo, del quale uscì una seconda edizione nel 1535 per i medesimi tipi, che presentava delle differenze rispetto alla prima.
A Salerno il Capece compose il poema d’ispirazione lucreziana De Principiis Rerum, di argomento filosofico-scientifico, pubblicato nel 1546 a Venezia dagli eredi di Aldo Manuzio, preceduto da una dedica di Paolo Manuzio a Isabella Villamarino e da una lettera encomiastica di Pietro Bembo al Capece. In proposito lo storico Giammaria Mazzuchelli scrive nelle Notizie storiche premesse al testo: «Il primo a recarne giudizio, per quanto da noi si sappia, fu il Cardinal Pietro Bembo che lo lesse manoscritto e desiderò di vederlo stampato».
Quattro elegie e alcuni epigrammi furono pubblicati postumi nel 1594. Il Capece dedicò le prime tre elegie rispettivamente ad Antonio Perrenot, signore di Granvelle, al Cardinale Girolamo Seripando, a Giovan Battista Castaldo; la quarta, intitolata De suis ac suorum temporum miseriis, risale presumibilmente al 1538. Le opere del Capece furono raccolte da suoi discendenti in due edizioni, rispettivamente del 1594, da Ottaviano Capece, vescovo di Nicotera, per i tipi di Iacopo Carlino e Antonio Pace e nel 1754, da Antonio e Giustino Capece, entrambi benedettini cassinesi, nell’edizione remondiniana, contenente anche una traduzione in verso sciolto del De Principiis Rerum ad opera dell’abate nel monastero di San Benedetto a Ferrara, Francesco Maria Ricci13. Entrambe le edizioni contengono le note al testo del gesuita Ignazio Bracci.
Le opere inedite del Capece sono i due manoscritti, entrambi dispersi, segnalati dal Crasso nei suoi Elogii degli uomini letterati: una Genealogia della famiglia Loffreda e un poema intitolato Christi Domini vita. Quest’ultima opera è detta Cristeide dal Mazzuchelli.
Il Capece si interessò anche di editoria, pubblicando nel 1532, insieme a Giovan Francesco di Capua, conte di Palena, i carmi di Pietro Gravina14 e promuovendo la prima edizione integrale delle Interpretationes vergiliane di Tiberio Claudio Donato15. Queste furono pubblicate nel 1535 per opera di Paolo Flavio da un manoscritto già posseduto dal Pontano e poi dal Capece, con dedica a Luigi de Toledo, figlio del viceré, e con una lettera del Capece a Garcilaso de la Vega.
Il Capece curò anche due edizioni veneziane per i tipi degli eredi di Lucantonio Giunta delle Decisiones del padre Antonio, nel 1541 e nel 1546, rispettivamente dedicate al consigliere regio Nicola Perrezio e al reggente di cancelleria Giovanni Figueroa.
Numerose sono le testimonianze dei giudizi espressi dai letterati contemporanei sul Capece, dai quali si evincono la sua personalità decisa e la sua ampia cultura. L’apprezzamento del Bembo è testimoniato dalla già citata lettera encomiastica al Capece, riportata nell’edizione veneziana del 1546 del De Principiis Rerum. Paolo Manuzio, in una lettera a Girolamo Seripando conservata nella Sezione Manoscritti della Biblioteca Nazionale di Napoli e pubblicata da Antoine Augustin Renouard, ne lodò la vasta erudizione. Il Pontano, come si è detto, criticò lo stile scolastico della sua produzione giovanile e il Summonte fece riferimento, in una sua lettera, a un epigramma perduto, definito “venustissimum”, scritto encomiastico in onore di un medico empirico che aveva somministrato un potente farmaco al Pontano, ormai vicino alla morte.

L’orientamento religioso

Circa l’orientamento religioso del Capece, è nota la sua adesione al pensiero di Juan de Valdés e di Bernardino Ochino.
Torquato Tasso nei già citati Dialoghi dice di lui che è “tolerato” alla corte di Salerno, in quanto eretico “alessandrio”, ossia di tendenza allessandrista. A questo proposito uno studio di Corsaro ha portato in luce delle differenze tra le due stesure del dialogo tassiano Gonzaga, overo del piacere onesto, illuminanti circa la figura di Scipione Capece. La prima stesura, che è dedicata ai seggi e al popolo napoletano, risale a prima del maggio 1580 ed è destinata a una ristretta cerchia di lettori, mentre la seconda, che risale all’ottobre del 1581, e il cui testo è stato interamente rivisto, intitolata Il Nifo, overo del piacere, è chiaramente destinata a una divulgazione ampia, essendo dedicata ufficialmente a Ferrante Gonzaga. Questo dialogo è ambientato al tempo della rivolta napoletana del 1547, conseguente al tentativo del viceré don Pedro de Toledo di introdurre a Napoli l’Inquisizione spagnola. La vicenda ebbe ripercussioni anche sulla famiglia del Tasso, in quanto suo padre Bernardo aveva appoggiato la posizione del principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, uscito perdente dal contrasto e costretto, come i suoi simpatizzanti, all’esilio. Il rifacimento del dialogo sembra dovuto al pubblico differente cui si sarebbe rivolto e alla volontà dell’autore di confermare la propria ortodossia religiosa16.
Interessante il dato riportato da Michele Miele di un processo inquisitoriale che si tenne a Salerno nel 1546 per volere della principessa Isabella Villamarino. La moglie di Ferrante Sanseverino chiamò, infatti, il domenicano Ambrogio Salvio da Bagnoli, e con lui e il vicario ritenne necessario tale processo a carico di indiziati di eresia. Non ci furono conseguenze gravi per le persone processate. Isabella Villamarino chiese che venissero distrutti gli atti del processo e il Salvio le fece credere di averlo fatto. Egli riferì di questo processo quando fu chiamato presso il palazzo arcivescovile di Napoli a deporre su alcuni eretici e sospetti di eresia, «maxime in civitate Salerni» il 16 luglio 1568.
Miele ipotizza che la motivazione di questo processo fosse nella paura della Villamarino che le stesse persone potessero essere processate a Napoli dal viceré Toledo, con consegue più gravi17.
Dal 1551 l’attività inquisitoriale contro gli eterodossi si intensificò18 e nel 1553, a distanza di un paio di anni dalla morte di Scipione Capece, l’ex-monaco benedettino olivetano di Napoli Lorenzo Tizzano, affermò di aver «parlato et conferito le opinione prime lutherane et le seconde anabattiste et così le terze diaboliche[…] con misser Francesco Renato, con l’abate Busale, con misser Mattheo Busale, con lo signore Scipione Capece, quale è morto, con misser Giovanni Francesco Coppola di Napoli, con misser Giovanni Laureto della Cava, li quali tutti mostravano di acquiescere ad queste opinioni…», tra le quali l’idea (risalente a Francesco Renato) che «Item, come morto il corpo more ancora l’anima, ma che Dio Benedetto resusciterà li suoi electi li quali son morti con la speranza della resurrettione et son stati homini da bene et son morti nella unione dei fedeli».
Il “chirurgus” Raffaele da Roccaguglielma, la cui abiura avvenne il 4 novembre 1554 a Roma, in una delle deposizioni allegate al processo contro Giulio Basalù, un dottore in legge napoletano, affermò che «un giorno, son da quattro anni in circa, in casa, in presentia de don Lorenzo Titiano[…], sentitti detto don Lorenzo e Iulio Basalù che ragionavano che havevano buona speranza che Scipione Capece doventasse homo da bene, che volevano inferire heretico»19.
Nei costituti resi all’Inquisizione veneziana da Giulio Basalù, nel 1555 il Capece è citato, insieme ad altri, tra coloro i quali negavano la divinità di Cristo. Nel memoriale del 21 maggio (IV costituto), Basalù citò il Capece con Francesco da Messina, Marcantonio Villamarina, Girolamo Capece, Lelio Sozzini e altri tra gli assertori della giustificazione mediante la sola fede20 e specificò: «Con Scipion Capece ho ragionato una sola volta in una sua villa, ma de le sue opinione ho hauta noticia dal Tizzano et dal Coppula».
Un nuovo elemento, che ha contribuito a suffragare la veridicità delle accuse a carico del Capece, è emerso con il rinvenimento da parte di chi scrive del costituto di Giovanni Nicola De Marinis, nel fondo Sant’Ufficio dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli21. Tale documento risale al 1587, ma i fatti cui il deponente fa riferimento risalgono a più di trent’anni prima, ossia al periodo in cui era ospite in casa del Capece, nella sua villa ad Antignano, per poter studiare legge presso lo Studio di Napoli. Il soggiorno del De Marinis in quell’abitazione si protrasse, con ogni probabilità, dall’estate del 1551, fino alla morte del Capece, avvenuta l’8 dicembre di quello stesso anno. Egli afferma, infatti, che dopo circa tre mesi dall’aver appreso da Giovanni, un cameriere di Scipione, il pensiero del suo signore in materia religiosa, il Capece morì. Da quanto riporta il De Marinis si evince la radicale adesione del Capece all’eresia, che si esplicitava in comportamenti inequivocabili, come il non confessarsi, non seguire la messa, non fare astinenza nei giorni previsti, mangiare carne anche di venerdì e sabato. Il De Marinis racconta di aver appreso anche altri dettagli dal servitore Giovanni, un ragazzo di circa diciotto anni che era stato allevato in quella casa, definito “ultramontano”. Questi ricordava che Capece fosse convinto del fatto che la Chiesa Romana errasse in merito a molte cose: che “le opere” non fossero necessarie alla salute dell’anima, poiché il Signore aveva sofferto per noi; che vi fosse la predestinazione; che non fosse necessario fare astinenza, né digiuni nelle “quattro tempora” o nelle Quaresime, e che questi fossero abusi dei papi e dei prelati, dal momento che non si trovava traccia di queste regole nel Testamento Vecchio e Nuovo. Il giovane cameriere, che dimostrava così di aver fatto proprie le convinzioni del suo padrone, era anche convinto che riprodurre le immagini dei santi fosse sbagliato, perché si sarebbe incorsi nell’idolatria, che la confessione dei peccati non fosse necessaria, che non si dovesse credere nella messa e nei sacramenti. Il ragazzo ribadiva di attenersi alle Sacre Scritture e citava in particolare due passi, «Quos Deus elegit, et hos praedestinavit etc.»22, e «Commedite eaque apponuntur vobis etc.»23. Giovan Nicola De Marinis sottolinea che il cameriere «intendeva e declarava ad suo modo» la parola di Dio. Dice, poi, di ricordare che il Capece aveva discusso di questi argomenti anche con un altro signore napoletano, un certo Fabrizio Recco24, anch’egli proprietario di una masseria in Antignano. Il servitore Giovanni aveva riferito anche che il proprio signore, insieme ad altri sei amici, inviava “dinari” a Galeazzo Caracciolo e ad altri che erano andati a Ginevra. Poi aggiunge una propria impressione: gli sembrava che Scipione fosse contento nell’apprendere che qualche cattolico fosse andato a stabilirsi nei territori in cui vivevano i luterani. Naturalmente, al di fuori dell’ambiente valdesiano non erano percepibili né l’orientamento religioso degli adepti, né la rete con la quale gli esuli venivano sostenuti da chi restava in patria, grazie a un prudente atteggiamento di dissimulazione nicodemitica.

Il pensiero filosofico

Il primo ad analizzare il pensiero filosofico e teologico del Capece in senso eterodosso è stato Nicola Badaloni25 che, basandosi sulla descrizione fornita da Lorenzo Tizzano delle teorie eretiche presenti nel movimento valdesiano nelle sue deposizioni rese agli inquisitori veneziani, trova dei riscontri nel poema De Principiis Rerum alle accuse emerse in tali testimonianze26.
Lo studioso sottolinea, inoltre, che la conferma dell’esistenza a Napoli di una “nova seta d’heretici”, cui aderirono in molti, è anche nei costituti dell’ex sacerdote anconetano don Pietro Manelfi, che fornì particolari analoghi a quelli riferiti dal Tizzano il 17 ottobre 1551 testimoniando davanti all’Inquisitore di Bologna, da identificarsi nella figura di Leandro Alberti, attivo in quella città negli anni 1550-1552.
Nel corso della sua indagine Badaloni individua due componenti nel movimento, solo apparentemente lontane: lo spiritualismo del fondatore Valdés e una concezione naturalistica. Attraverso un’analisi concisa della teoria cosmologica sottesa al poema, l’autore coglie nel pensiero del Capece una matrice stoica: l’aria è un elemento materiale, ma anche principio della natura e contiene in sé la forma delle cose: quindi, essendo forma di un corpo anche l’anima, essa fa parte del ciclo vitale di nascita e morte, in cui nessuna forma può nascere se non si è sciolta una forma precedente. Badaloni ha definito “antilucreziano” il Capece poiché riteneva che i primordia rerum, gli atomi, non fossero corpi innumerevoli e indivisibili, che non vi fosse spazio vuoto e che fuori dal cielo non ci fosse altro che il niente. Per l’autore del poema cinquecentesco la materia prima da cui originano le cose, l’aer, non è extra-celeste, né infinita. La forza che regola in cielo i rapporti tra le cose è la vis della gravità-levità, uguale dovunque. Unico elemento, in contrapposizione alla teoria aristotelica dei quattro elementi, è l’aer, che non può crearsi, né sciogliersi; in aria i corpi si dissolvono e si formano, dal momento che essa contiene in sé la forma di tutte le cose. Uno dei temi che denotavano il livello più radicale dell’eresia valdesiana era la negazione dell’immortalità dell’anima, in quanto separata dal corpo. Il dibattito sul destino dell’anima dopo la vita terrena e prima della resurrezione portava in quel particolare momento storico a ipotesi differenti: la visione ortodossa concepiva l’esistenza della vita ultraterrena, mentre quelle eterodosse il sonno delle anime (psicopannichia) o la loro morte (tnetopsichismo). Badaloni condivide la tesi di Giovanni Calvino, che aveva messo in relazione le posizioni eterodosse in merito alla psicopannichia con un recupero di idee stoicizzanti.
In uno studio più ampio, ricco di riferimenti agli esponenti della cultura di ambito umanistico e scientifico, Franco Bacchelli, all’inizio degli anni ’90, ha focalizzato la sua attenzione sulla teoria cosmologica del Capece e sulle sue ricadute sul piano filosofico-religioso, mettendola in relazione con il pensiero dello studioso di astronomia e di grammatica Basilio Sabazio27. Bacchelli riporta il testo di una lettera del Sabazio al medico patavino Matteo Curzio non estraneo a interessi astrologici28. La missiva è priva di data, ma dei riferimenti interni la rendono riconducibile al 18 ottobre 1532. In essa il Sabazio esponeva le proprie deduzioni, ottenute applicando il metodo parallattico, e affermava che la posizione delle comete fosse sovralunare. Questo enunciato era di fondamentale importanza, in quanto implicava ulteriori conclusioni: il cielo era pervio, non diviso in sfere solide e, quindi vi era un “continuum” con la zona sovralunare, in cui hanno luogo i fenomeni di generazione e corruzione. Veniva a cadere l’ormai acquisita nozione dicotomica di un cielo perfetto e incorruttibile, opposto a una zona terrena sublunare e corruttibile. Per Basilio Sabazio il cielo, nel quale si librano i pianeti con moto non uniforme e seguendo orbite non rispondenti perfettamente ad alcuna forma geometrica, è pieno d’aria. Questo pensiero coincide grosso modo con quello esposto da Scipione Capece nel De Principiis Rerum. In merito alla questione della fluidità dei cieli, il Capece è ormai giunto a conclusioni lontane da quelle di un Pontano, che riteneva che i cieli fossero ignei, di un fuoco non elementale, fluidi ma incorruttibili ed eterni, contrapposti alla terra, imperfetta e corruttibile. Nel suo poema egli considera l’aer come origine di tutto; dall’aria, per ispessimento, hanno origine acqua e terra; non annovera il fuoco tra gli elementi e non crede esista una sfera del fuoco; egli nega l’infinito (al contrario di Lucrezio, ma in sintonia con alcuni letterati aristotelici anche cattolici, formatisi in ambienti universitari, molto temuti dai teologi) in quanto non crede all’esistenza di uno spazio interminato, al di là dell’ultima sfera, di un fluor, una materia differente da quella terrena, dalla quale avrebbero avuto origine gli elementi; ritiene che gli astri non siano eterni, ma soltanto molto longevi, perché sono partecipi dei cicli di vita dell’aer.
In un lavoro del 2010 Luca Addante29 riprende i contributi di Badaloni e Bacchelli e inquadra le tematiche trattate nel De Principiis Rerum, tenendo presenti i riferimenti filosofici del Capece e i dibattiti culturali che in quegli anni coinvolgevano umanisti e filosofi, sia cattolici, sia eterodossi. Un tema centrale era, appunto, quello delle teorie sull’anima dei vari commentatori di Aristotele, da Alessandro di Afrodisia ad Averroè e a San Tommaso d’Aquino, tema reso nuovamente attuale nel XVI secolo dal De immortalitate animae di Pietro Pomponazzi e dagli altri suoi scritti successivi. Si interessò a questo argomento anche Simone Porzio, autore fra il 1551 e il 1553, tra l’altro, del De mente humana e del De rerum naturalium principiis.
Addante sottolinea il fatto che il Capece prende le distanze da Lucrezio in più punti della sua opera, e come tali divergenze non vadano sottovalutate, poiché denotano come il pensiero filosofico sotteso al poema Capeciano sia un materialismo che affonda le proprie radici non solo nell’epicureismo, ma anche nel naturalismo presocratico e nello stoicismo. Il Capece si discosta da Lucrezio, criticando l’atomismo e il vuoto lucreziani, anche con dimostrazioni empiriche della veridicità del contrario. Sono, invece, sporadici gli accenni alla critica dell’intervento divino e della mortalità dell’anima. Addante ritiene anche possibile, in merito all’aer teorizzato dal Capece, una “raffinata forma di panteismo”.
Come avevano notato i primi commentatori del De Principiis Rerum, Ignazio Bracci nel 1594 e Francesco Maria Ricci nel 1754 e, successivamente, Carlo Maria Tallarigo nel 187430, anche Addante rileva che, pur essendo nominato solo Lucrezio, nel poema sono presenti riferimenti agli ionici, ai pitagorici, ad Anassagora, Empedocle e Democrito, ad Aristotele e agli stoici.
A proposito del rapporto di Capece con il modello lucreziano, credo vada sottolineato come egli si attenga a livello letterario a una forma di dissimulazione, criticando in apparenza Lucrezio ma, in realtà, riproponendolo, così come avvenne nel periodo della Controriforma: si citava Tacito, non potendo fare riferimento al Machiavelli e alla sua teoria della ragion di Stato, dando vita al fenomeno che verrà poi definito “tacitismo”. Questa dissimulazione in ambito letterario è perfettamente coerente con l’atteggiamento nicodemitico in ambito religioso, che caratterizzava il movimento valdesiano.
La teoria cosmologica e filosofica sottesa al De Principiis Rerum ha delle evidenti ricadute sul piano religioso che, contrariamente a quanto avvenne per alcuni suoi contemporanei, non portarono alla persecuzione del Capece, poiché egli morì poco prima che iniziassero i processi inquisitoriali che riguardarono i valdesiani.

Bibliografia essenziale

Dati biografici

  • Antonio Altamura, Per la biografia di Scipione Capece, in Studi in onore Riccardo Filagieri, vol. 2, L'Arte Tipografica, Napoli 1959, pp. 299-315.
  • Scipione Ametrano, Della famiglia Capece, Costantino Vitale, Napoli 1603.
  • Scipione Ammirato, Delle famiglie nobili napoletane, vol. 2, Forni, Firenze 1973 (ristampa anastatica delle edizioni fiorentine, del 1580 e del 1615).
  • Ercole Cannavale, Lo Studio di Napoli durante il Rinascimento, Forni, Sala Bolognese 1980, rist. anast. dell’edizione napoletana del 1895.
  • Giovanni Maria Mazzuchelli, Notizie storiche e critiche intorno alla vita e agli scritti di Scipione Capece…, in Scipione Capece, Il poema De Principiis Rerum…, Stampe Remondiniane, Venezia 1754, pp. XI-XXIX
  • Giovanni Muto, Magistrature finanziarie e potere ministeriale a Napoli alla metà del Cinquecento, in Saggi sul governo dell’economia nel Mezzogiorno spagnolo, ESI, Napoli 1992, pp. 61-79.
  • Giovanni Parenti, Capece, Scipione, in DBI, vol. 18 (1975).
  • Niccolò Toppi, De origine omnium tribunalium nunc in castro capuano fidelissimae civitatis Neapolis existentium, Neapoli, typis Io. Francisci Pacii, 1659.

Pensiero filosofico e religioso

  • Luca Addante, Eretici e libertini nel Cinquecento italiano, Laterza, Roma-Bari 2010.
  • Luigi Amabile, Il Santo Officio della Inquisizione in Napoli, vol. 1, tip. S. Lapi, Città di Castello 1892.
  • Franco Bacchelli, Sulla cosmologia di Basilio Sabazio e Scipione Capece, in «Rinascimento», 30 (1990), pp. 107-152.
  • Nicola Badaloni, Fermenti di vita intellettuale a Napoli dal 1500 alla metà del ’600, in Storia di Napoli, vol. 5, t. 1., Società editrice, [Napoli] 1972, pp. 641-689.
  • Domenico Berti, Di Giovanni Valdes e di taluni suoi discepoli secondo nuovi documenti tolti dall’Archivio Veneto, in «Atti della R. Accademia dei Lincei. Memorie della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche», 275 (1877-1878), s. 3, vol. 2, pp. 61-81.
  • Antonio Corsaro, Riscrittura e autocensura nei Dialoghi di Torquato Tasso, in Lectura y culpa en el siglo XVI / Reading and guilt in the 16th Century, M. José Vega, I. Nakladalova eds., Universitat Autónoma de Barcelona, Servei de Publicacions, Bellaterra, 2012, pp. 173-188.
  • Paola Guizzi, La sensibilità religiosa di Scipione Capece in un inedito del 1587 in «Rinascimento Meridionale», 2 (2011), pp. 155-174.
  • Michele Miele, La penetrazione protestante a Salerno verso la metà del Cinquecento secondo un documento dell’Inquisizione, in Miscellanea Gilles Gerard Meersseman, «Italia Sacra», nn. 15-16, Antenore, Padova 1970, pp. 829-848.
  • Carlo Maria Tallarigo, Giovanni Pontano e i suoi tempi, Morano, Napoli 1874.

Opere di Scipione Capece

Article written by Paola Guizzi | Ereticopedia.org © 2021

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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