Processo alle streghe di Mirandola (1522-1525)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444


Il processo alle streghe di Mirandola (1522-1525), fu un vero e proprio pogrom che portò all’applicazione della pena capitale su ben sette presunti stregoni e tre streghe negli anni ’20 del XVI secolo.

Indetta dall’Inquisitore di Parma e Reggio Emilia nel 1522, fra Girolamo Armellini da Faenza, la caccia alle streghe fu appoggiata entusiasticamente dal potere secolare di Giovan Francesco Pico signore della Mirandola. Questi, infatti, erano venuti a conoscenza di strani rituali che si compivano di notte nei contadi lungo le rive del fiume Secchia (tra cui specialmente la “villa” di Cividale) a cui parteciparono vari individui dediti ai peccati della carne e della gola: tali pratiche scandalose rimandano ai concetti cumulativi del sabba, che in questo caso viene appellato Gioco della Donna. Secondo il domenicano ed in un certo senso press-agent della vicenda, fra Leandro Alberti, le riunioni erano forme di devozione al culto del Demonio operato per mezzo di atti abominevoli, quali il disprezzo del Crocifisso e dell’ostia consacrata. Fu proprio quest’ultima informazione che fece aprire il processo anti-stregonesco.
Aiutato dal vicario generale del Sant’Officio locale, Luca Bettini, l’Armellini perseguì penalmente (dalla sua dimora situata nel palazzo comitale della Mirandola) circa una sessantina di presunti rei, arrogandosi prerogative persino nel distretto dell’Inquisitore di Mantova facendo scaturire varie frizioni in materia giurisdizionale tra i due magistrati della fede, ma specialmente si accrebbero i rispettivi rancori in materia territoriale tra il Pico ed il marchese di Mantova Federico II Gonzaga (rappresentato nella città della Concordia dal suo governatore Francesco Suardo).
Il primo delle dieci vittime arse sul rogo fu don Benedetto Berni il 22 agosto 1522. L’anno seguente vennero accesi altri sei roghi:

1. Francesco da Carpi;
2. Bernardina Frigieri;
3. Maddalena Gatti;
4. Camilla Gobetta;
5. Andrea Merlotti;
6. Marco Piva.

Come reazione alla pena capitale inflitta a questi rei, il popolo iniziò a indignarsi pubblicamente. La pronta risposta fu la composizione da parte di Giovan Francesco Pico del famoso dialogo Strix, sive de Ludificatione daemonum considerato, a causa della penuria di documentazione archivistica su questa vicenda, come “fonte principale” del accaduto. Curata dallo stesso Leandro Alberti (il quale curò anche la versione italiana dello scritto nel 1524), l’opera del principe della Mirandola uscì nel maggio del 1523. Colmo di erudizione classica, tale dialogo si presentò come una apologia all’accensione dei roghi. Nella Strix il Pico fu anche, come affermò lo stesso autore al suo dedicatario, il medico Giovanni Mainardi, testimone degli eventi descritti (oltre che giudice secolare, dato che interrogò egli stesso alcuni presunti rei):

“In questa operetta dove sentirai parlare di Strega credi veramente di udire la storia pura, la quale, parte ho vista con gli stessi occhi, e parte udita con questi orecchi, mentre mi si leggevano i processi”.

Infatti il principe si autorappresenta nel personaggio di Fronimo, cioè il saggio che dovrà convincere della reale esistenza del sabba demoniaco un diffidente e non ben identificato Apistio, il quale alla conclusione dell’opera cambierà nome in Pistico, cioè il credente. La figura autoritaria invece del Armellini sarà rappresentata dal personaggio di Dicasto (il giudice). Tale opera sulla stregoneria divenne la più conosciuta del Rinascimento italiano, grazie anche all’allineamento degli argomenti trattati con gli indirizzi dettati dal famoso Malleus maleficarum di Kramer e Sprenger.
Essa fu oggetto di una successiva traduzione nel 1555 ad opera di Turino Turini e citata da Inquisitori, quali Bartolomeo Spina, e demonologi come Jean Bodin.

Successivamente verso la fine del 1523, tre presunti stregoni che erano stati presi in custodia, fuggirono a Modena protetti dal vescovo suffraganeo e dal vicario episcopale. Subito l’Armellini richiese l’aiuto di papa Clemente VII, il quale gli fu accordato il 18 gennaio 1524: il pontefice emise un breve in cui si delegarono l’Inquisitore di Bologna, Francesco Silvestri, ed il vescovo di Pola e vice legato della città felsinea Altobello Averoldi, a ricercare i fuggiaschi ad ogni costo.
Con le condanne al rogo di Giovan Pietro Colovati, Nicolò Ferrari di Mirandola e Aiolfo della Bernarda, la caccia alle streghe e stregoni di Mirandola poté considerarsi conclusa nel 1525.

Fonti archivistiche

  • Archivio di Stato di Modena, Inquisizione, iiber et Catalogus Reorum Denuntiatorum et Processatorum in S. Officio Regii, b. 283, f. 7.

Bibliografia

  • Albano Biondi (a cura di), Libro detto Strega o Delle illusioni del demonio del signore Giovanfrancesco Pico dalla Mirandola nel volgarizzamento di Leandro Alberti, Marsilio, Venezia 1989.
  • Tamar Herzig, Armellini, Girolamo, in DSI, vol. 1, p. 99.
  • Tamar Herzig, Pico della Mirandola, Gianfrancesco, in DSI, vol. 3, p. 1208.
  • Michael Tavuzzi, Renaissance inquisitors: Dominican inquisitors and inquisitorial districts in Northern Italy, 1474-1527, Brill, Leiden 2007, pp. 68-72.

Article written by Luca Al Sabbagh | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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