Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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La vicenda del cosiddetto processo contro gli ateisti affonda le sue radici nella vivacità culturale della Napoli della fine del Seicento, una capitale in cui la tradizione giuridica consolidata conviveva con le suggestioni della scienza moderna e con una circolazione, talvolta sorprendentemente libera, di testi filosofici d’avanguardia. Nei salotti aristocratici, nelle accademie e negli ambienti del foro si discuteva di atomismo, di filosofia naturale e di riletture del pensiero antico, generando un clima intellettuale stimolante ma inquietante per i settori ecclesiastici più rigidi, già sensibili ad altre tensioni spirituali del tempo. In questo scenario maturò la denuncia del 1688, da cui prese avvio un procedimento che, pur povero di veri contenuti dottrinali, mise in luce le fragilità del rapporto tra Napoli e l’Inquisizione. Gli imputati furono bollati come “ateisti” – un termine che, nel lessico giudiziario e polemico del tardo Seicento, aveva un significato molto più ampio e sfuggente di quello moderno. Non indicava necessariamente chi negasse l’esistenza di Dio, circostanza peraltro rarissima nelle fonti inquisitoriali, ma veniva utilizzato come categoria elastica per qualificare una serie di atteggiamenti percepiti come minacciosi: l’adesione a filosofie naturali estranee alla scolastica, la familiarità con testi sospetti della tradizione epicurea o gassendiana, un uso disinvolto della ragione in materie religiose, discorsi giudicati temerari sulla Provvidenza, sull’anima o sull’ordine del mondo, fino a semplici comportamenti mondani letti come indizi di scetticismo morale. L’accusa di “ateismo”, più che descrivere una posizione dottrinale definita, funzionava dunque come uno strumento retorico e disciplinare per contenere forme di inquietudine intellettuale, libertà di parola o originalità filosofica che sfuggivano ai parametri della cultura teologica dominante.Il processo non produsse condanne esemplari, ma rivelò una città capace di difendere con decisione la propria autonomia giurisdizionale e un ambiente colto sempre meno disposto a tollerare ingerenze esterne. La vicenda di de Cristofaro e degli altri imputati divenne così il simbolo di una società in trasformazione, segnata da un crescente distacco dall’autorità religiosa e da un dibattito pubblico che assumeva forme nuove, più laiche e più moderne.
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Sommario
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La denuncia del 1688: l’origine del caso
Il 21 marzo 1688, il giovane forense Francesco Paolo Manuzzi si presentò al ministro delegato del Sant’Uffizio, allora il vescovo di Teano Giuseppe Nicola Giberti, per denunciare tre suoi conoscenti: Giacinto de Cristofaro, Basilio Giannelli e Filippo Belli. I quattro appartenevano allo stesso ambiente sociale: famiglie del ceto civile che avevano migliorato la propria condizione nel corso della generazione precedente, giovani istruiti nelle leggi, legati agli stessi patroni e frequentatori dei medesimi circoli cittadini.
Le accuse avanzate da Manuzzi non si fondavano su proposizioni esplicite o su testi particolari, ma evocavano una serie di discorsi e atteggiamenti che, nella sua ricostruzione, lasciavano trasparire una certa inclinazione a dubitare dell’immortalità dell’anima, della presenza provvidenziale di Dio, della veridicità dei fondamenti della fede. Gli imputati — sosteneva — discutevano con libertà eccessiva temi che avrebbero dovuto essere trattati con maggiore cautela; possedevano e leggevano libri sospetti; intrattenevano rapporti con altri giovani che condividevano simili curiosità.
A una lettura attenta della documentazione risulta evidente che il nucleo della denuncia era fragile. Le conversazioni riportate erano spesso riferite indirettamente, senza contesto preciso né parole testuali. Le letture “proibite” non erano ben identificate. Tuttavia, un elemento appariva chiaro fin dall’inizio: la denuncia si inseriva in una fase di tensione politica interna alla città, dove le rivalità tra ceto civile, feudalità e corte vicereale offrivano terreno fertile a iniziative di questo tipo. Non è un caso che Manuzzi fosse legato a un potente aristocratico, al centro in quegli anni di un duro confronto con il viceré. La denuncia non era un gesto isolato, ma il punto d’incontro fra dinamiche culturali e conflitti politici.
Un avvio incerto: la macchina inquisitoriale fra prudenza e pressioni
Nonostante l’interessamento immediato degli ambienti romani, nell'immediato l’inchiesta non decollò. Il ministro delegato Giuseppe Nicola Giberti, pur riferendo con sollecitudine a Roma, esitava a procedere, consapevole della delicatezza del contesto napoletano e della difficoltà di trasformare accuse così vaghe in un processo. Il cardinale incaricato della supervisione insisteva affinché si andasse avanti, ma la città appariva refrattaria all’idea che l’Inquisizione romana potesse estendere il proprio raggio d’azione senza tenere conto delle prerogative locali.
La questione giurisdizionale era infatti centrale. Nel Regno di Napoli vigeva da secoli la convinzione che le cause di fede dovessero essere trattate attraverso la via ordinaria, cioè dai tribunali diocesani e non da delegati diretti del Sant’Uffizio romano. Ogni tentativo di modificare questa prassi era percepito come un attentato all’autonomia del Regno e del suo sistema politico-amministrativo. Da qui il carattere esplosivo del caso: un’accusa dottrinalmente debole si sovrapponeva a un terreno politico incandescente.
Intanto, nel 1691, mentre l’inchiesta era ancora ferma, Manuzzi e Giannelli — accusatore e uno degli accusati — si trovavano entrambi in Spagna, verosimilmente nell'ambito di circuiti professionali che collegavano il Regno di Napoli alla corte spagnola. Nel dicembre 1691, i due furono arrestati a Madrid per ordine dell'Inquisizione spagnola, informata dal nunzio apostolico Giuseppe Mosti. A Madrid, i due furono interrogati separatamente da inquisitori del tribunale centrale castigliano, tra cui il padre inquisitore Nicolò Rodríguez Fermosín, che compare come nelle deposizioni di Manuzzi. I procedimenti si conclusero con la condanna all'abiura de levi, che si svolse in segreto senza cerimonie pubbliche: l'Inquisizione spagnola aveva ritenuto opportuno evitare un caso eclatante, limitandosi a un atto che salvava la forma del procedimento e chiudeva la questione sul piano dottrinale. La condanna fu relativamente più severa per Giannelli, ma, subito dopo l'abiura, entrambi furono rilasciati. L’episodio ebbe comunque l'effetto di mantenne viva l’attenzione su una vicenda che a Napoli si era arenata per motivi giurisdizionali.
L’irruzione a Napoli del nuovo ministro delegato del Sant'Uffizio e l’arresto di de Cristofaro
La vicenda cambiò direzione quando, sempre nel 1691, si insediò a Napoli il nuovo ministro delegato del Sant’Uffizio, Giovanni Battista Giberti, vescovo di Cava. A differenza del suo predecessore, Giovanni Battista Giberti mostrò fin dai primi giorni un atteggiamento deciso e intraprendente, favorito anche dal clima che si respirava a Roma, dove si auspicava un intervento più energico nel Regno.
Fra l’agosto e il settembre del 1691 furono eseguiti diversi arresti. In particolare, Giacinto de Cristofaro fu fermato nei locali della Vicaria, mentre altri giovani, già noti agli ambienti inquisitoriali, vennero incarcerati o cercarono di sottrarsi alle retate. La città reagì con incredulità. Molti osservarono come gli arrestati appartenessero al mondo dei “giovani filosofi”, persone istruite e rispettabili, che non potevano essere assimilate a eretici o ribelli. L'azione del nuovo ministro delegato del Sant'Uffizio fu interpretata come volta a riaffermare l’autorità inquisitoriale proprio mentre la città attraversava una fase politica complessa.
De Cristofaro era indubbiamente la figura centrale del gruppo. Dottore in legge, proveniente da una famiglia del ceto civile, era conosciuto nei circoli intellettuali per le sue letture e per una certa sicurezza nel discutere temi filosofici. La sua cattura, avvenuta in uno dei luoghi più simbolici del potere giudiziario napoletano, fu percepita come un affronto pubblico alla città e ai suoi organi.
La mobilitazione delle Piazze: nobili, popolo e governo vicereale
Fu in questo clima che le Piazze — gli organi rappresentativi della città — si mobilitarono. In pochi giorni, i Seggi aristocratici e la Piazza del Popolo si riunirono e istituirono una Deputazione permanente, incaricata di difendere il sistema giurisdizionale del Regno. La memoria redatta dalle Piazze insisteva sul fatto che nessun inquisitore delegato da Roma potesse utilizzare carceri o procedere ad arresti senza rispettare le norme vigenti nel Regno.
Il viceré Francisco Benavides, che già aveva intuito la pericolosità della situazione, appoggiò la città. Giovanni Battista Giberti fu allontanato e gli inquisiti vennero trasferiti nelle carceri dell’Arcivescovado, segno evidente che il potere civile non avrebbe rinunciato alle proprie prerogative. L’azione del viceré consolidò un’alleanza insolita fra nobiltà, ceto civile e popolo urbano, che trovavano in questa vicenda un terreno comune di rivendicazione. Per molti, il caso degli ateisti divenne immediatamente una questione di autonomia cittadina.
La reazione romana e la ripresa dell’inchiesta
Roma non accettò passivamente la svolta. Le funzioni di rappresentanza inquisitoriale furono attribuite temporaneamente al nunzio apostolico Lorenzo Casoni. Le carceri furono nuovamente presidiate e vennero avviate nuove fasi istruttorie. La tensione rimase alta, ma allo stesso tempo le autorità romane compresero che un approccio troppo rigido rischiava di compromettere il rapporto con il Regno.
L’arcivescovo Giacomo Cantelmo fu quindi incaricato, in forma politicamente cauta, di assumere un ruolo centrale nel procedimento. La sua posizione, autorevole ma radicata nella realtà napoletana, sembrò offrire un equilibrio.
Nel settembre 1692 fu finalmente possibile interrogare de Cristofaro in modo regolare. L’istruttoria fu affidata a Domenico Jameo, gesuita dotato di esperienza, e a Emilio Cavalieri, pio operaio che svolse il ruolo di fiscale con un rigore tanto marcato da suscitare non poche proteste. Le deposizioni raccolte nel 1693 restituivano il ritratto di un ambiente cittadino vivace, talvolta spregiudicato, ma non apertamente ostile ai principi della fede. Molti testimoni confermavano l’esistenza di conversazioni audaci, di una certa leggerezza nel trattare temi sensibili, dell’abitudine a consultare libri non conformi, ma mancavano completamente quelle affermazioni che avrebbero potuto configurare una devianza dottrinale.
La conclusione del processo e la lunga coda del conflitto
Di fronte a una situazione tanto intricata, la risposta del tribunale non poteva essere drastica. Quando l’istruttoria condotta dall’arcivescovado giunse finalmente a una conclusione — dopo gli interrogatori del 1693 e senza che fossero emersi elementi dottrinali solidi — la causa si chiuse con un’abiura de levi, misura che permetteva di salvare la forma del giudizio inquisitoriale senza colpire duramente l’imputato. La sentenza fu verosimilmente pronunciata in questo torno di tempo, ma la vicenda inquisitoriale nel suo complesso si trascinò fino al 1697, poiché la soluzione dottrinale non risolse affatto il nodo giurisdizionale che aveva accesso il conflitto.
Parallelamente, la Deputazione — l’organo stabile eletto dalle Piazze nel settembre 1691 per difendere i privilegi cittadini nel contenzioso con il Sant’Uffizio — scelse di rivolgersi direttamente al pontefice per riaffermare la validità della via ordinaria e per chiedere garanzie procedurali più trasparenti. Due rappresentanti autorevoli, Pietro Di Fusco e Mario Loffredo, furono inviati a Roma nel 1693 per ottenere processi pubblici, conoscibilità degli atti e tutela degli imputati contro l’arbitrio dei ministri delegati da Roma. La missione non ebbe però esito risolutivo. Anzi, nel 1695 un nuovo provvedimento pontificio, frutto di un diverso intendimento della via ordinaria, ampliò di fatto le competenze del Sant’Uffizio, riaccendendo le tensioni in città e irrigidendo nuovamente il confronto.
Fu solo con l’arrivo a Napoli, nel 1696, del nuovo viceré Luis Francisco de la Cerda y Aragón, XIV duca di Medinaceli, che la situazione poté essere ricomposta in forma stabile. Uomo colto, vicino agli ambienti giurisdizionalisti e più sensibile delle autorità precedenti alle ragioni della capitale, Medinaceli riuscì a stabilire un equilibrio più maturo tra Roma e le Piazze. Quest’ultime continuarono a riunirsi e a esercitare un ruolo politico significativo, mentre l’Inquisizione, anche per effetto della nuova linea vicereale, rinunciò ad azioni invasive come gli arresti e le iniziative spettacolari che avevano innescato la crisi del 1691. Con ciò, pur senza un atto formale di chiusura, la lunga stagione di tensioni connessa al processo contro gli “ateisti” poté dirsi sostanzialmente esaurita entro la fine del secolo.
Bibliografia minima
- Luigi Amabile, Il Santo Officio della inquisizione in Napoli, 2 voll., Lapi tip. ed., Città di Castello 1892.
- Raffaele Colapietra, Vita pubblica e classi politiche del Viceregno napoletano (1656-1734), Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1961.
- Pierre Girard, “Comme des lumières jamais vues”. Matèrialisme et radicalité politique dans les premières Lumières à Naples (1647-1744), Champion, Paris 2016.
- Leen Spruit, The Trial Against Atheism in Naples (1688-1697). Chronology and Documentation, Edizioni Ca' Foscari, Venezia 2024.
- Luciano Osbat, L’Inquisizione a Napoli. Il processo agli ateisti 1688-1697, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1974.
Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2025
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]