Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Melchor Cano (Pastrana?, 1507/1509 – Toledo, 30 settembre 1560) è stato uno dei principali teologi domenicani del XVI secolo, figura eminente della cosiddetta Escuela de Salamanca. La sua biografia si colloca in un punto nevralgico della cultura cattolica tra Rinascimento e Controriforma: allievo di Francisco de Vitoria, rivale di Bartolomé de Carranza, critico irriducibile della Compagnia di Gesù, fu protagonista del Concilio di Trento e autore del celebre trattato De locis theologicis, che gli assicurò un posto di primo piano nella storia della teologia.

Origini e formazione
Il luogo di nascita è stato oggetto di controversie. Tradizionalmente rivendicato da Tarancón (Cuenca), Cano viene però indicato in documenti coevi come “oriundo de Pastrana” (Guadalajara), e la maggior parte della storiografia propende per quest’ultima ipotesi, anche se il legame con la casa di Tarancón rimase vivo. La data di nascita oscilla tra il 1507 e il 1509. Figlio di Hernando Cano y Figueroa e di Luisa López, entrò giovanissimo nell’Ordine dei Predicatori presso il convento di San Esteban a Salamanca (1523). Qui ebbe come maestri Diego de Astudillo e soprattutto Francisco de Vitoria, che stava allora inaugurando la stagione più feconda della teologia salmantina.
Dopo l’ordinazione sacerdotale (1531) proseguì gli studi al Colegio de San Gregorio di Valladolid, vero vivaio dell’élite domenicana, dove si distinse al punto da ottenere già nel 1536 il titolo di lettore di teologia. Lì si legò a figure come Luis de Granada e Bartolomé de Carranza, con il quale sviluppò presto un rapporto conflittuale destinato a segnare entrambi.
Carriera accademica e intervento nelle dispute dottrinali
Nel 1542 partecipò al capitolo generale dell’Ordine a Roma, dove gli fu conferito il titolo di maestro in teologia, riconoscimento che consacrava definitivamente la sua formazione e ne certificava l’autorità dottrinale. Al ritorno fu invitato anche dall’Università di Bologna, ma la sua traiettoria lo condusse poco dopo all’Università di Alcalá de Henares, dove ottenne la cattedra di Prima Teología. Qui la sua attività fu intensa ma relativamente breve: nel 1546, alla morte di Francisco de Vitoria, il convento di San Esteban di Salamanca lo propose come suo successore, e Cano conquistò la cattedra di Prima dopo brillanti opposizioni. Il passaggio segnò un punto di svolta: dalla metà del secolo divenne infatti una delle voci dominanti nel panorama teologico europeo.
A Salamanca le sue lezioni si imposero come punto di riferimento e circolarono attraverso i quaderni degli studenti e copie manoscritte, che alimentarono la sua reputazione ben oltre i confini dell’università. I corsi sulla Summa theologiae di Tommaso d’Aquino e sulle Sententiae di Pietro Lombardo, rielaborati e annotati, divennero materiale di studio nelle principali scuole domenicane. La sua didattica, rigorosa e al tempo stesso innovativa, contribuì alla maturazione della cosiddetta Escuela de Salamanca, che faceva della riflessione giuridica e teologica uno strumento per affrontare le nuove questioni poste dal mondo moderno, dalla scoperta dell’America ai rapporti tra potere civile e autorità ecclesiastica.
Fu in questo contesto che Cano intervenne nella grande controversia sul destino dei popoli indigeni del Nuovo Mondo. Nel 1549 prese posizione nello scontro tra Juan Ginés de Sepúlveda, umanista favorevole alla legittimità della conquista armata, e Bartolomé de las Casas, che invece ne denunciava l’ingiustizia. Cano, collocandosi sulla linea tracciata da Vitoria e Domingo de Soto, rifiutava l’idea della guerra di conversione come mezzo lecito e insisteva sul primato della predicazione e della persuasione. Pur senza raggiungere la notorietà di Las Casas, la sua voce ebbe un peso notevole nelle consultazioni del Consiglio delle Indie e contribuì a rafforzare la posizione critica nei confronti delle violenze commesse nei territori americani.
La sua presenza in questo e in altri dibattiti mostrava un tratto caratteristico: la volontà di erigersi a giudice intransigente delle questioni dottrinali e politiche del tempo, pronto a difendere con energia posizioni che riteneva conformi alla “vera” tradizione cattolica. Ciò lo rese figura di spicco e, insieme, interlocutore scomodo, segnando l’inizio di una lunga stagione di contrasti che avrebbe accompagnato tutta la sua carriera pubblica.
Trento e il vescovato
Tra il 1551 e il 1552 Cano fu presente alla seconda fase del concilio di Trento come teologo imperiale, accompagnato dal confratello Diego de Chaves. Vi partecipò con un ruolo di primo piano, distinguendosi nelle discussioni sulla dottrina eucaristica (dove difese con forza la presenza reale), sul sacramento della penitenza e sulla natura del sacrificio della messa. I suoi interventi furono puntuali, serrati, spesso formulati in forma quasi scolastica, e destarono l’ammirazione dei padri conciliari per la lucidità argomentativa e la capacità di sintetizzare i diversi orientamenti presenti. Molte delle sue tesi furono recepite nei testi ufficiali, altre suscitarono dibattito e rimasero per anni materia di controversia nelle università cattoliche. Lo stesso Cano, con orgoglio, ricordò in seguito di essere stato testimone diretto delle decisioni della sessione XIII, consacrata al mistero eucaristico.
La sua presenza a Trento contribuì a rafforzarne il prestigio presso la corte imperiale: Carlo V lo propose infatti per il vescovato delle Isole Canarie, titolo confermato da papa Giulio III nel 1552. Consacrato vescovo a Segovia, Cano si trovò però quasi subito a disagio. La dimensione pastorale e amministrativa della diocesi delle Canarie, lontana dai centri intellettuali e dalla vita accademica che era stata il fulcro della sua esistenza, gli apparve una forma di esilio. Già nel 1553 scrisse a Filippo, allora principe ereditario, chiedendo di essere sollevato dall’incarico. La rinuncia fu rapidamente accolta, e Cano si ritirò per qualche tempo nel convento riformato di Piedrahita, dove poté dedicarsi di nuovo allo studio e alla redazione di opere teologiche.
Contrasti dottrinali e conflitti personali
Il carattere intransigente di Cano lo rese protagonista di scontri che segnarono la Chiesa spagnola del tempo e che contribuirono a costruirne la fama di teologo tanto temuto quanto rispettato. Convinto che la purezza della fede dovesse essere difesa da ogni deviazione, denunciò con energia le correnti mistiche sospettate di alumbradismo, diffidò degli influssi erasmiani e guardò con sospetto a ogni forma di religiosità affettiva che si discostasse dal linguaggio scolastico tradizionale. Per Cano la teologia non poteva ammettere scorciatoie sentimentali o esperienze interiori che sfuggissero al vaglio razionale: da qui la sua ostilità verso gran parte della letteratura spirituale allora in circolazione.
L’avversione più radicale fu però quella rivolta contro la nascente Compagnia di Gesù. Fin dai primi anni Quaranta Cano nutrì sospetti nei confronti degli Ejercicios espirituales di Ignazio di Loyola, che considerava impregnati di un misticismo troppo vicino agli alumbrados. Negli anni successivi i suoi giudizi si fecero sempre più duri: in prediche pubbliche e in lettere indirizzate a confratelli, accusò i gesuiti di essere “aduladores y bilingües”, di coltivare una spiritualità ingannevole e di minacciare la stessa ortodossia della Chiesa. Le sue invettive non restarono senza eco: se da un lato suscitarono reazioni indignate, dall’altro trovarono ascolto presso figure potenti, come l’inquisitore generale Fernando de Valdés, che videro in Cano un alleato nel contrastare le nuove correnti religiose.
Ugualmente dura fu la sua inimicizia con Bartolomé de Carranza. I due avevano condiviso anni di insegnamento a Valladolid, ma differenze di temperamento e di sensibilità spirituale alimentarono un dissidio crescente, destinato a esplodere dopo il concilio di Trento. Nel 1558-59 Cano redasse, insieme a Domingo de Cuevas, una lunga Censura sui Comentarios sobre el Catecismo cristiano pubblicati da Carranza, allora arcivescovo di Toledo. Nel testo, Cano individuava oltre un centinaio di proposizioni giudicate temerarie, ambigue o apertamente luterane: accuse che pesarono enormemente nel processo inquisitoriale contro Carranza, contribuendo a determinarne la rovina. La vicenda, una delle più celebri e drammatiche dell’Inquisizione spagnola, mostrò fino a che punto Cano fosse disposto a spingersi pur di difendere la sua idea di ortodossia, anche a costo di colpire un confratello dell’Ordine.
Non meno aspro fu il conflitto con Roma durante il papato di Paolo IV (1555-1559), intransigente come lui ma decisamente antispagnolo e filofrancese (almeno nella prima metà del suo pontificato). Nel 1556 Melchor Cano fu accusato di avere sostenuto posizioni troppo favorevoli al potere regio spagnolo, in particolare sul tema del prelievo fiscale sulle rendite ecclesiastiche e sulla legittimità di una guerra contro il papa in quanto principe temporale. La Curia lo considerava pericolosamente vicino alla corte di Filippo II e poco rispettoso dell’autorità pontificia. Il 21 aprile 1556 Paolo IV emise un durissimo Breve Monitorio che intimava a Cano di presentarsi a Roma per rispondere di “crimini, eccessi e delitti in dispregio della Sede Apostolica”. L’atto non ebbe immediata esecuzione grazie alla protezione del Consiglio Reale, ma gettò un’ombra pesante sulla sua figura e acuì l’immagine di un teologo ribelle, pronto a difendere le prerogative della monarchia spagnola anche contro il pontefice.
La tensione esplose di lì a poco nella guerra aperta tra la monarchia spagnola e Paolo IV, che durò dal settembre 1556 al settembre 1557 e rappresentò il punto più basso nei rapporti di Cano con Roma. In quella fase il teologo domenicano sostenne senza esitazioni la posizione della corona, argomentando che il papa, in quanto principe temporale degli Stati della Chiesa, poteva essere combattuto in guerra come qualsiasi altro sovrano.
Le polemiche di Cano – contro gli alumbrados, gli erasmiani, i gesuiti, Carranza e infine lo stesso papa Paolo IV – non furono episodi isolati, ma parte integrante della sua identità di intellettuale pubblico. Nella sua parabola biografica, la difesa della verità cattolica si confuse con la volontà di affermare la propria autorità personale, in un intreccio di dottrina, politica e potere che lo rese figura centrale e, al tempo stesso, controversa della Chiesa spagnola di metà Cinquecento.
Ultimi anni e morte
Le tensioni con il papato si affievolirono solo dopo la conclusione della guerra tra Paolo IV e la monarchia spagnola, con la pace di Cave (settembre 1557), che sancì un difficile riavvicinamento fra il pontefice e Filippo II. Per Cano, tuttavia, le conseguenze di quel conflitto furono pesanti: le sue due elezioni a provinciale dei domenicani di Castiglia, nel 1557 e nel 1559, erano state annullate da Roma, segno della sfiducia con cui il generale dell’Ordine e la Curia guardavano a lui. L’ostilità di Paolo IV nei suoi confronti non venne mai meno, e solo la morte del pontefice nell’agosto 1559 aprì uno spiraglio di soluzione.
Il nuovo papa, Pio IV, eletto il 25 novembre 1559, adottò una linea più conciliante nei rapporti con la Spagna e con i suoi teologi. Dopo aver ascoltato le ragioni di Cano e valutato il sostegno che egli godeva presso la corte di Filippo II, nel febbraio 1560 confermò definitivamente la sua elezione a provinciale di Castiglia, riparando così alle decisioni precedenti. Cano poté allora intraprendere la visita dei conventi della provincia, ma la sua salute, già da tempo fragile, non resse al peso degli impegni.
Durante la visita canonica al convento di San Pedro Mártir di Toledo, fu colto da un improvviso aggravamento e morì il 30 settembre 1560, a circa cinquant’anni. La sua scomparsa suscitò impressione non solo nell’Ordine domenicano, ma anche a corte e nei centri universitari, dove era considerato uno degli ultimi grandi rappresentanti della generazione di Vitoria. La sua eredità rimase affidata alle lezioni manoscritte e, soprattutto, al trattato De locis theologicis, pubblicato postumo nel 1563, che fissava per decenni i parametri della riflessione teologica cattolica.
Opere
Tra i suoi scritti si segnalano le Relecciones De sacramentis in genere e De paenitentiae sacramento, pubblicate a Salamanca nel 1550 e derivate dai corsi universitari degli anni precedenti, che mostrano già la sua capacità di unire rigore scolastico e attenzione pastorale. Nello stesso anno vide la luce a Valladolid il Tratado de la victoria de sí mismo, opera di spiritualità che rielaborava testi di Giovanni Battista da Crema e di Serafino da Fermo: la sua fortuna fu tuttavia oscurata dalla condanna inquisitoriale delle fonti originali, che gettò un’ombra anche sul lavoro di Cano.
La sua opera più importante resta il De locis theologicis, edito postumo a Salamanca nel 1563, due anni dopo la sua morte. Il trattato rappresenta una sistemazione organica della teologia come scienza, fondata su una gerarchia di fonti — Scrittura, tradizione, autorità dei Padri, definizioni conciliari, magistero pontificio, diritto canonico, ragione naturale — ciascuna con un diverso grado di attendibilità. In tal modo Cano forniva ai teologi uno strumento metodologico di straordinaria utilità, che anticipava la svolta tridentina e avrebbe segnato la scolastica cattolica per oltre un secolo. L’opera conobbe un’ampia diffusione: fu ristampata più volte in Spagna e all’estero già nel Cinquecento e divenne testo di riferimento nelle università cattoliche, tanto da essere citata come autorità quasi pari a Tommaso d’Aquino.
Accanto a queste opere maggiori, si conservano i suoi numerosi Pareceres, pareri scritti per la Corona o per organi ecclesiastici, su questioni di teologia morale, politica e diritto canonico, nonché le Censure redatte per l’Inquisizione. Tra queste ultime spicca la severa condanna dei Comentarios sobre el Catecismo cristiano di Bartolomé de Carranza, che ebbe un peso decisivo nel processo contro l’arcivescovo di Toledo. Alcuni di questi testi, come il Parecer sobre la ejecución del Concilio de Trento (1555) o il Parecer de Melchor Cano sobre el proceder de Paulo IV (1556), rivelano l’ampiezza del suo raggio d’azione: Cano non fu solo un professore di teologia, ma un intellettuale chiamato a intervenire in prima persona nelle grandi dispute religiose e politiche del suo tempo.
Profilo
Melchor Cano incarnò in maniera esemplare la duplice anima della teologia spagnola del Cinquecento: rigore accademico e impegno politico-ecclesiastico. Fu un intellettuale brillante, ma spesso dogmatico e polemico, convinto di essere un baluardo della vera fede. Il suo spirito indipendente lo rese a tratti scomodo tanto a Roma quanto a Madrid, ma la sua eredità rimase fondamentale per la definizione del cattolicesimo post-tridentino.
Bibliografia
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- J. Sanz y Sanz, Melchor Cano. Cuestiones fundamentales de crítica histórica sobre su vida y sus escritos, Santa Rita, Monachil-Madrid 1959.
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Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2025
et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque
[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]