Lemius, Joseph

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Joseph Lemius (Montfort-en-Chalosse, Landes, 1860 – Roma, 1923) fu un teologo francese, membro della Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata. Dopo aver conseguito il dottorato in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana e in teologia presso l'Accademia di San Tommaso, con una licenza in diritto canonico, fu ordinato sacerdote nel 1884. Formatosi nell'orizzonte del revival neoscolastico promosso da Leone XIII, fu nominato consultore della Congregazione degli Studi nel 1894 e, nel corso dei decenni successivi, prestò la propria opera di consulenza a diverse congregazioni romane. Nel 1917 fu infine nominato qualificatore del Sant'Uffizio.

Il principale artefice della Pascendi

Il nome di Lemius è indissolubilmente legato alla crisi modernista. Egli fu il principale estensore della Pascendi dominici gregis (1907), l'enciclica di Pio X che rappresentò il culmine dell'offensiva antimodernista del papato, come ha mostrato Claus Arnold sulla base delle fonti d'archivio. Gabriel Daly ha descritto il suo temperamento come tipico dell'ambiente neoscolastico: animato da un chiaro zelo antimodernista, ma capace di esprimerlo in un registro calmo e tecnico. Dietro questa compostezza si celava una visione profondamente integralista, nella quale la preoccupazione dominante era il pericolo delle dottrine dell'immanenza vitale e della soggettivizzazione dell'esperienza religiosa, elementi che Lemius considerava la minaccia teologica fondamentale del modernismo e radicalmente incompatibili con il dogma cattolico e con il ruolo mediatore della Chiesa tra la trascendenza divina e i fedeli. Sul piano politico-ecclesiale, questa posizione si tradusse in un appoggio convinto a movimenti controrivoluzionari quali l'Action française, concepita come un'autentica alternativa cattolica fondata sull'ordine, l'autorità e la subordinazione dello Stato alla Chiesa.

L'inchiesta sulla Teosofia

La figura di Lemius emerge con particolare rilievo dall'inchiesta condotta dal Sant'Uffizio sulla Società Teosofica tra il 1915 e il 1919, al termine della quale fu emanato, il 16 luglio 1919, il decreto che dichiarava le dottrine teosofiche incompatibili con la dottrina cattolica. Sebbene non fosse ancora qualificatore del Sant'Uffizio al momento dell'avvio dell'indagine, Lemius era il teologo di fiducia del cardinale Rafael Merry del Val, Segretario del Sant'Uffizio, e fu tra i principali esperti consultati nel febbraio 1915.

La sua relazione — un testo a stampa di circa duecento pagine in francese, registrato dal Sant'Uffizio il 14 luglio 1916 e conservato presso l'Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede — costituisce il contributo dottrinalmente più sistematico e ambizioso dell'intero dossier. Sin dall'incipit, il quadro interpretativo è inequivocabile: la Teosofia è identificata con il panteismo, e quindi dichiarata irriconciliabile con i fondamenti della teologia cristiana. Servendosi di categorie scolastiche, Lemius argomentò che la metafisica teosofica confondeva l'Ens universale in causando con l'Ens universale in essendo et in praedicando, riducendo Dio a un principio omogeneo, indeterminato e impersonale, e il mondo a una proiezione illusoria del divino. In questa struttura, egli riconosceva non già un pensiero genuinamente orientale, ma la riproduzione del meccanismo speculativo dell'idealismo tedesco — Hegel, Schelling, Fichte — nei cui confronti la Teosofia avrebbe avuto il doppio torto di importarne gli errori travestendoli da saggezza asiatica.

Questa operazione classificatoria non era priva di fondamento testuale: Blavatsky stessa si era definita una «panteista buddhista» e aveva esplicitamente richiamato Fichte e i «panteisti tedeschi» come paralleli al proprio sistema. Il legame tra Teosofia e modernismo era per Lemius strutturale: «Il modernismo è un tentativo di riconciliare la dottrina cattolica e la filosofia tedesca. La Teosofia è un tentativo di riconciliare il buddhismo con la stessa filosofia.» Il giudizio demonologico percorre l'intera relazione come un'ossatura: la dottrina teosofica era «costruita con arte diabolica», e il suo «vero fondatore» era Satana.

Lemius non completò il lavoro: una terza sezione, di cui rimangono abbozzi nell'Archivio degli Oblati di Maria Immacolata a Roma, non fu mai portata a termine. In un rapporto successivo del luglio 1918, pur ribadendo la propria valutazione, consigliò di evitare una condanna formale immediata per non fornire alla propaganda teosofica «un'immensa pubblicità», e propose una strategia discreta in due fasi affidata ai vescovi. La sua proposta non fu adottata: la condanna fu emessa nel 1919 su impulso del consultore Alfonso Maria Andrioli.

Fonti e bibliografia

Fonti archivistiche

  • Archivio del Dicastero per la Dottrina della Fede (ADDF), Sant'Uffizio, Rerum variarum 1919, 1, doc. 35 ([Joseph Lemius], «Théosophie»).
  • Archivio degli Oblati di Maria Immacolata (AOMI), Roma, Fondo Lemius, b. 6PF, 1153A-H.

Fonti accademiche

  • Claus Arnold, «Antimodernismo e magistero romano: la redazione della Pascendi», Rivista di storia del Cristianesimo 5, n. 2 (2008), pp. 345–364.
  • Francesco Baroni, «De Theosophismo: The Vatican's Response to the Theosophical Society in the Documents of the Holy Office (1915–1919)», Church History, 2026, pp. 1–20.
  • Gabriel Daly, Transcendence and Immanence: A Study in Catholic Modernism and Integralism, Oxford, Clarendon Press, 1980, pp. 179–187.
  • Giovanni Vian, «El cardenal Merry del Val y la crisis modernista», Investigaciones Históricas, época moderna y contemporánea 41 (2021), pp. 815–844.

Nota bene

Questa voce è parte della sezione trasversale Mesmerismo, occultismo, spiritismo. Eterodossie del XIX secolo tra correnti esoteriche e nuove spiritualità.

Article written by Francesco Baroni | Ereticopedia.org © 2026

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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