Castillo, Juan del

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Juan del Castillo (Toledo?, fine XV secolo – Toledo, 18 marzo 1537) è stato un ecclesiastico e umanista spagnolo, professore di greco, legato agli ambienti degli alumbrados. Processato dall’Inquisizione per eresia, fu arso vivo come eretico impenitente.

Era membro di una famiglia di commercianti solidi e ben introdotti: i del Castillo possedevano terre e una vasta tenuta nei pressi di Alcalá de Henares, la Garena, che avrebbe fatto da sfondo a molte vicende successive. Le loro relazioni economiche si intrecciavano con circuiti culturali e religiosi, e attraverso il cugino Diego, libraio itinerante fra Burgos e le Fiandre, giungevano in casa le ultime novità editoriali, spesso in odore d’eresia. Diego del Castillo intratteneva rapporti con figure di primo piano dell’umanesimo europeo, quali Juan Luis Vives ed Erasmo da Rotterdam, e attraverso di lui giungevano ad Alcalá opere e idee che avrebbero in seguito suscitato l’attenzione della censura inquisitoriale.
Il giovane Juan del Castillo si formò così in un clima in cui l’abbondanza di mezzi materiali si combinava con la circolazione sotterranea di testi vietati. Studiò a Parigi, e poi a Lovanio, due centri in cui la tensione fra la filologia biblica e la teologia scolastica si faceva palpabile. Al Collegio trilingue ebbe modo di misurarsi con quella cultura erasmiana che cercava, con esiti contraddittori, di conciliare rigore umanistico e riforma religiosa.

Il ritorno avvenne nel 1523, e non in condizioni marginali: a proteggerlo vi era Alonso Manrique, nuovo arcivescovo di Siviglia e inquisitore generale, personaggio accorto e in grado di coprire, per un certo tempo, le ambiguità di un protetto che già destava sospetti. Manrique gli affidò la direzione del collegio della dottrina di Siviglia. Due anni dopo, quando Alonso Manrique si trasferì a Toledo, Castillo lo seguì: prese gli ordini, conseguì il titolo di dottore in teologia, e fu nominato professore di greco al collegio di Santa Catalina.

Le sue lezioni, frequentatissime, non si esaurivano nella trasmissione di competenze filologiche. Costituivano piuttosto un punto di coagulo per giovani inquieti, che vi cercavano insieme l’autorità della parola scritturale restituita alle lingue originali e il magnetismo di un maestro capace di trasformare l’esercizio del greco in esperienza spirituale condivisa. In quelle aule, dove l’umanesimo erasmiano si fondeva con un misticismo ancora fluido e privo di definizioni rigide, prendeva forma un laboratorio di ricerca religiosa che sfuggiva alle categorie consuete. Ma a Toledo, negli stessi anni in cui l’Inquisizione stava perfezionando i propri strumenti repressivi, una simile sperimentazione non poteva rimanere a lungo inosservata. Castillo divenne così il centro informale di un gruppo in cui erudizione biblica e aspirazioni alumbradas convivevano in un equilibrio fragile.
In quegli anni partecipò alla cosiddetta missione degli “apóstoles”, un esperimento di predicazione itinerante che avrebbe dovuto diffondere le dottrine degli alumbrados ma che si concluse rapidamente senza risultati duraturi. L’esperienza, pur effimera, gli permise di stringere legami con figure centrali di quel mondo: Bernardino de Tovar, mediatore tra erasmismo e spiritualità eterodossa; i fratelli Vergara, Francisco e Juan de Vergara, che oscillavano tra prudenza accademica e compromissione con i circoli sospetti; e soprattutto María de Cazalla, la cui influenza Castillo stesso riconobbe come decisiva.

Nelle lettere spirituali indirizzate a lei e alla sorella Petronila de Lucena si delinea una teologia radicale, intrisa di paolinismo e centrata sull’idea della mediazione assoluta di Cristo. L’orizzonte era quello di una salvezza universale, estesa non solo a tutti gli uomini ma persino agli angeli caduti, in aperta rottura con la soteriologia tradizionale. Da tale impostazione derivavano le proposizioni che più sconcertarono i giudici inquisitoriali: l’inutilità delle opere e dei sacramenti, il rifiuto delle indulgenze, la negazione del libero arbitrio, mentre la legge stessa veniva ridotta a un mero strumento di convivenza civile. In una simile prospettiva ogni distinzione di fede si dissolveva, e lo stesso Maometto poteva essere accostato a Cristo come profeta legittimo, segno di un universalismo che cancellava i confini dell’ortodossia e trasformava l’intero edificio della Chiesa in un elemento accessorio, privo di reale necessità.
Il suo percorso fu scandito da alternanze di protezione e di rottura, in cui la mobilità geografica corrispondeva a una costante precarietà esistenziale. Nel 1529 si trovava a Lovanio, dove l’umanista Gracián de Alderete lo citava con deferenza come proprio maestro: segno di un prestigio intellettuale che travalicava già allora i confini della penisola iberica. Tornò per breve tempo in Spagna, sotto l’ombrello protettivo di Manrique, ma le pressioni inquisitoriali lo spinsero ben presto a riparare all’estero, prima in Francia e poi in Italia.
A Roma entrò in contatto con gli ambienti valdesiani e con la piccola cerchia di emigrati spagnoli che trovavano ospitalità nella casa del cardinale Quiñones, ex generale francescano. Successivamente si trasferì a Bologna, dove riuscì a ottenere un incarico di insegnamento di greco presso l’Università. Ma l’inquisitore Martín Pérez de Oliván segnalò la sua presenza alle autorità, e nel 1532, in coincidenza con il soggiorno di Carlo V a Bologna per l’incoronazione imperiale, Juan del Castillo fu arrestato e consegnato alle guardie spagnole. L'estradizione in patria fu l’inizio di una lunga catena di interrogatori, torture e processi che lo avrebbero condotto al rogo.
Il processo si svolse a Toledo tra il 1532 e il 1537. Fonti indirette (soprattutto il processo alla sorella Petronila) conservano estratti delle sue deposizioni e lettere, mentre gli atti principali sono perduti. Durante la detenzione subì torture e più volte tentò il suicidio. Alla fine fu degradato e consegnato al braccio secolare. Il 18 marzo 1537 fu bruciato vivo come eretico impenitente.

Bibliografia

  • Marcel Bataillon, Érasme et l’Espagne, a cura di Daniel Devoto, 3 voll., Droz, Genève 1991.
  • José Manuel Carrete Parrondo, Movimiento alumbrado y Renacimiento español. Proceso inquisitorial contra Luis de Beteta, Centro de Estudios Judeo-Cristianos, Madrid 1980.
  • Maria Laura Giordano, Apologetas de la se. Elites conversas entre Inquisición y Patronazgo en España (siglos XV y XVI), Fundación Universitaria Española, Madrid 2004.
  • John E. Longhurst, Juan del Castillo and the Lucenas, in “Archiv für Reformationsgeschichte”, 45, 1954, pp. 233-253.
  • Milagros Ortega Costa, Proceso de la Inquisición contra María de Cazalla, Fundación Universitaria Española, Madrid 1978.
  • Stefania Pastore, Mujeres, lecturas y alumbradismo radical: Petronila de Lucena y Juan del Castillo, in “Historia Social”, 57, 2007, pp. 51-74.

Voci correlate

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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