De Marinis, Giovanni Nicola

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Giovanni Nicola De Marinis (1531 ca. – dopo il 26 marzo 1587) è stato un dottore in legge, perseguitato per eresia e sottomessosi ad abiura il 26 marzo 1587.

Il De Marinis era un dottore in legge, figlio di Gaspare e di Camilla Volpe, nato nel 1531 circa nel paese cilentano di Valle della Baronia.
Conosciamo molti dati biografici del De Marinis, perché sono riportati nel costituto, rinvenuto nel fondo Sant’Ufficio dell’Archivio Storico Diocesano di Napoli1. Il documento inizia con la dichiarazione, resa dal deponente presso il proprio abituale domicilio il 28 febbraio 1587, prosegue con la relazione di Carlo Baldino, controfirmata dai testi Orazio Venezia e Paolo Baldino alla presenza del notariuse actuarius Francesco Joele, e termina con l’abiura del De Marinis. Relazione e abiura recano la data di giovedì 26 marzo 1587.
Il De Marinis comparve spontaneamente davanti al Baldino, canonico napoletano e ministro del Sant’Uffizio dell’Inquisizione, a febbraio del 1587. L’importanza di questa deposizione è dovuta al fatto che fa luce su alcuni aspetti concreti dell’eterodossia napoletana a metà del XVI secolo e fornisce, tra l’altro, importanti e inedite informazioni biografiche su due dei più noti esponenti de movimento valdesiano: l’umanista e giurista Scipione Capece, e Galeazzo Caracciolo, uomo di fiducia di Carlo V, stabilitosi a Ginevra nel giugno del 1551 e divenuto, poi, calvinista.
Questo documento rappresenta un esempio di comparizione spontanea dinanzi a un commissario del Sant’Uffizio, dopo una confessione sacramentale. Riguardo alla decisione di fare una “confessione generale”, il De Marinis riferisce di essere andato circa un mese prima da un sacerdote, padre Salvatore, appartenente ai chierici regolari, che al momento della deposizione si trovava nella chiesa dei Santi Apostoli di Napoli. Il religioso gli suggerì di recarsi da Carlo Baldino2, in quanto ministro del Sant’Uffizio.
Il De Marinis afferma di voler dire tutto quello di cui è a conoscenza per la salute della propria anima. Non è un caso che tutto ciò sia avvenuto a molti anni di distanza dagli eventi narrati: nel febbraio 1587 era ormai scomparso anche l’ultimo dei nobili napoletani eterodossi citati nel documento, Galeazzo Caracciolo, morto il 7 maggio 1586, mentre la morte di Scipione Capece risaliva alla fine del 1551. Di altre persone nominate nel documento il De Marinis dice o di sapere che sono morte o di non sapere cosa realmente credessero in materia di fede.
Dopo aver precisato di essersi presentato spontaneamente presso il ministro dell’Inquisizione per ottenere la salvezza dell’anima, il De Marinis inizia il racconto della propria vita, tornando indietro nel tempo, all’epoca del proprio soggiorno in casa di Scipione Capece, una masseria nella località di Antignano, vicino Napoli.3 Il De Marinis afferma che sono trascorsi circa trentaquattro anni, dal periodo in cui è stato ospitato dal Capece, il che ci porterebbe a datare il suo soggiorno al 1553, ma questa indicazione contrasta con un dato certo della biografia dell’umanista, ossia la data di morte, che corrisponde all’8 dicembre 1551. Questo prova che, in realtà, sono trascorsi circa trentasei anni dal tempo in cui il deponente studiava legge a Napoli e non possedeva i mezzi per mantenersi da solo negli studi. L’autore della deposizione riferisce di persone, luoghi, ambienti e periodi di tempo tra loro differenti.
Giovanni Nicola De Marinis fornisce le proprie generalità e nomina i genitori: dice di avere più o meno cinquantasei anni (dovremmo, perciò, fissare come anno della sua nascita il 1531), di essere “professo in legge” e di abitare stabilmente da circa quattro anni a Napoli, in casa della signora Giulia Medici nel borgo dei Vergini, vicino San Severo. Dichiara anche di essere stato a Napoli precedentemente, nel periodo in cui studiava, ma di essere «andato e venuto».
Il De Marinis riporta i nomi delle persone conosciute durante i suoi soggiorni nelle case nobiliari, soffermandosi a delinearne affermazioni e comportamenti. Significative sono le notizie che ci fornisce, sia pur per la maggior parte indirette, su Scipione Capece. Esse, infatti, contribuiscono a chiarire l’orientamento religioso, ma anche l’atteggiamento sociale e politico di questo personaggio. Da quanto riferisce il De Marinis, la radicale adesione di Capece all’eresia si esplicitava in comportamenti coerenti: non confessarsi, non seguire la messa, non fare astinenza nei giorni previsti, mangiare carne anche di venerdì e sabato. Il deponente racconta di aver appreso anche altri dettagli da un servitore allevato in quella casa, un certo Giovanni, un ragazzo di circa diciotto anni, definito “ultramontano”. Questi ricordava che Scipione Capece fosse convinto del fatto che la Chiesa Romana errasse in merito a molte cose: che “le opere” non fossero necessarie alla salute dell’anima, poiché il Signore aveva sofferto per noi; che vi fosse la predestinazione; che non fosse necessario fare astinenza, né digiuni nelle “quattro tempora” o nelle Quaresime, e che questi fossero abusi dei papi e dei prelati, dal momento che non si trovava traccia di queste regole nel Testamento Vecchio e Nuovo. Il giovane cameriere, che dimostrava così di aver fatto proprie le convinzioni del suo padrone, era anche convinto che non si dovessero riprodurre immagini dei santi, perché si sarebbe incorsi nell’idolatria, che non fosse necessario confessare i propri peccati al sacerdote, che non si dovesse credere nella messa e nei sacramenti. Il ragazzo ribadiva la propria fedeltà alle Sacre Scritture e citava in particolare due passi, «Quos Deus elegit, et hos praedestinavit etc.»4, e «Commedite eaque apponuntur vobis etc.»5. Giovan Nicola De Marinis sottolinea che il cameriere «intendeva e declarava ad suo modo» la parola di Dio.
Afferma poi di ricordare che il Capece aveva discusso di questi argomenti anche con un altro signore napoletano, un certo Fabrizio Recco, anch’egli proprietario di una masseria in Antignano. Recco, che abiurò il 4 novembre 1554, negava la divinità di Cristo e la verginità di Maria e riteneva che «il paradiso era in questo mondo haver la gratia de Iddio», che i santi avrebbero dormito fino al giorno del giudizio, quando gli empi non avrebbero trovato «diaboli né tormenti né inferno».6
Il servitore Giovanni aveva riferito anche che il proprio signore, insieme ad altri sei amici, inviava “dinari” a Galeazzo Caracciolo7 e ad altri che erano andati a Ginevra. A tal proposito, il De Marinis aggiunge una propria impressione: gli sembrava che Scipione fosse contento nell’apprendere che qualche cattolico fosse andato a stabilirsi nei territori in cui vivevano i luterani.
Il De Marinis afferma che, dopo circa tre mesi dall’aver appreso da Giovanni, cameriere di Scipione, il pensiero del suo signore in materia religiosa, il Capece morì. La permanenza del De Marinis nell’abitazione del letterato iniziò, quindi, con ogni probabilità nell’estate del 1551 e si interruppe quando il Capece morì.
Lasciata la casa di Antignano, il De Marinis andò presso la signora Isabella Galerata, sempre nella città di Napoli, per spostarsi successivamente per motivi di lavoro presso la famiglia Caracciolo del ramo dei Pisquizi nel loro feudo di Marsicovetere sul monte Viggiano, in Lucania nell’alto bacino del fiume Angri.
Il De Marinis riferisce di aver discusso delle opinioni attinenti alla religione, che egli stesso aveva condiviso in casa del Capece, successivamente alla morte di questi, con degli studenti originari del Cilento che si trovavano a Napoli, e con due persone defunte al momento della deposizione, Carlo de Marco e Donato Antonio Santoro, i quali lo rimproverarono e affermarono che tali convincimenti erano falsi. Quando, invece, nell’abitazione di Isabella Galerata si trovò a parlare con un certo don Gerolamo di Campolattaro, che frequentava quella casa, il De Marinis scoprì che questi condivideva le stesse opinioni e che si compiaceva di aver trovato un compagno. Pare, però, che don Gerolamo avesse in seguito ritrattato prima di morire cinquantenne, «ormai vecchio».
Il deponente ricorda, inoltre, di aver parlato delle stesse cose anche con un proprio familiare quando questi era uno studente, Scipione Greco, ormai deceduto, che sembrava soltanto da principio incline a condividere tali idee, e con il maggiordomo di casa Galerata, il napoletano Mario Zurlo, che diceva di appartenere alla famiglia Zurlo del seggio di Capuana e di essere un gentiluomo povero. Successivamente, in Cilento, il De Marinis aveva discusso di religione con tre persone: il notaio Prisciano di Donnavella e Giovanni Berardino Altomare8, morti al tempo della deposizione, che ritenevano che le opere non fossero necessarie, e don Antonio Prigisano, suo maestro di studi umanistici, ancora vivente, il quale non aveva un’opinione precisa sulla necessità delle opere per ottenere la salvezza dell’anima. Il De Marinis ricorda, poi, di aver letto un sonetto, mostratogli dal notaio Prisciano di Donnavella o da Giovanni Berardino Altomare, che aveva per argomento le opere di Gesù, e in cui si affermava che queste bastavano per la redenzione di tutti. Egli dice, inoltre, di aver frequentato a Marsicovetere un frate, Geronimo d’Eboli, e che questi lo fece ravvedere. Menziona, poi, un viaggio durante il quale accompagnò la signora Giulia Medici in Francia, dove sentì “parlare di dette false opinioni et altre”. Afferma, infine, di aver creduto a tali false opinioni per circa tre anni, ma di essersi pentito e di voler chiedere perdono.
Nella sua relazione Carlo Baldino, rivolgendosi al deponente, sentenzia: “tu Gioanni Cola de Marini sudetto essere stato heretico et perseverato nelle sopradette heresie et diaboliche opinioni” e ordina “che per spatio di tre anni continui debbi ogni lunedì recitare l’officio delli morti, ogni venerdì, ingenocchiato avante il crocefisso, dire cinque Paternoster et cinque Avemaria et li sette salmi penitentiali con le letanie sequente et ogni sabbato, similmente ingenocchiato, avante l’imagine de la Madonna santissima, la corona; che durante il tempo di tua vita te debbi almeno confessare quattro volte l’anno a sacerdote approbato e, di suo conseglio, altretante tante volte pigliare il santissimo sacramento dell’Eucaristia, cciò è nella Natività e Pasqua di Resurrettione di N. S. Giesu Christo, nell’Assuntione de la gloriosa Vergine Maria et nella festività di Tutti Santi.”
Il documento si chiude con l’abiura del De Marinis «in loco secreto Thesauri Maioris Ecclesiae Neapolitanae prope cappellam divi Januarii».

Bibliografia essenziale

  • Paola Guizzi, La sensibilità religiosa di Scipione Capece in un inedito del 1587, in «Rinascimento Meridionale», 2, 2011, pp. 155-174.

Article written by Paola Guizzi | Ereticopedia.org © 2021

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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