Elena da Travale

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444


Elena da Travale, conosciuta come “la ncantatrice” di Travale, fu inquisita e condannata per maleficium a Volterra nel 1423. La sua condanna appare strettamente legata alla predicazione di Bernardino da Siena.
La sentenza è conservata presso l’Archivio Vescovile di Volterra, Filza 46, Atti Civili e criminali, cc.26r-28r.

Il contesto della persecuzione

La costituzione del 1326 Super illius specula promulgata da papa Giovanni XXII, la predicazione degli osservanti francescani, unita ad una vasta letteratura antimagica contro maliarde e incantatrici, trasformano vetulae e mulierculae, figure femminili con funzioni di levatrici e curatrici di malattie con unguenti e pozioni di erbe medicinali, in mulieres maleficae, accusate di sortilegi e malefici eseguiti con l’aiuto del Diavolo.
Con tale trasformazione la Chiesa non considera più la medicina di queste donne come frutto di un antico sapere, ma come pratiche e conoscenze ispirate dal demonio. Il volo notturno e la sacrilega fantasia del sabba, ritenuti dal Canon Episcopi, semplici deliri di donne illuse dal demonio, divengono per gli inquisitori la dimostrazione concreta della presenza del Maligno, fatti reali da indagare e reprimere. Credenze e pratiche magiche conosciute e tollerate dalla Chiesa come innocue superstitiones, divengono delitti contro la fede che pur nella loro sostanziale diversità, sono accomunati con la condanna dell’eresia. Nei processi del Trecento, non si notano, a livello lessicale, particolari distinzioni tra le varie pratiche magiche, quasi sempre designate con il termine onnicomprensivo di maleficium, mentre gli inquisiti sono definiti come malefica e malefico; non vi compaiono comunque il sabba, il pactum diabolicum e termini come “strega” o “stregone”. Con il termine maleficium, inteso dalla giustizia ordinaria come “crimine”, la Chiesa designava azioni compiute da “incantatori” e “incantatrici” a mezzo di “saperi” e “poteri” conferiti dal demonio.
La figura della “strega”, già delineata con tutti i suoi attributi negativi, comincia a comparire nei processi toscani nel secondo decennio del Quattrocento, in cui la parola malefica, già presente in Apuleio, è resa appunto con il termine “strega”.
A diffondere tra la popolazione la cognizione di malefica/strega sono i predicatori dell’Osservanza francescana, tra i quali si distingue per il suo accanimento Bernardino da Siena. Le sue prediche forniscono un vasto campionario di malefici e incantamenti compiuti da maliarde, incantatori e incantatrici. Tra gli accusati compaiono talvolta anche soggetti maschili, ma gradualmente ad essere accusate di maleficium saranno essenzialmente figure femminili. In questo contesto prende forma questa nuova identità femminile contro la quale si accaniranno in seguito giudici laici ed ecclesiastici. La donna, responsabile del peccato originale, appare uno strumento diabolico, la peggiore incarnazione del male, dunque soggetto ideale per le accuse di stregoneria.
Per facilitare l’opera degli inquisitori vengono approntati veri e propri manuali, come la Practica officii inquisitionis hereticae pravitatis di Bernardo Gui e il Directorium inquisitorum di Nicolas Eymerich, in cui sono indicate procedure processuali e tecniche inquisitorie da applicare con rigore per riconoscere eretici e streghe.
Alla fine del Quattrocento Innocenzo VIII, con la bolla Summis desiderantes affectibus, affronta il tema dell’esistenza delle sette stregoniche: donne e uomini che, rinnegando la fede cattolica, con i poteri loro conferiti dal demonio, scatenano temporali che distruggono i raccolti, uccidono animali domestici e inducono malattie negli esseri umani.
L’incarico di estirpare l’eresia e la stregoneria dalla valle del Reno sarà affidato ai frati domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger: i risultati della loro esperienza confluiranno nel Malleus maleficarum, un vero e proprio manuale, a cui per secoli faranno riferimento gli inquisitori per individuare le streghe.

Processo e condanna della "ncantatrice” di Travale"

Il 12 giugno 1423, donnam Elena uxor Nannis vocato Sertiano, fu accusata di essere mulierem incantatricem, divinatricem, sortilegiam e venne condotta dinanzi al tribunale ecclesiastico di Volterra, presieduto da Antonio Michelotti da Perugia, vicario del vescovo Stefano di Geri del Buono da Prato. I malefici, i riti e formule magiche confessati da Elena sono trascritti integralmente in volgare nel dispositivo di condanna, mentre la parte riferita alla procedura giuridica è redatta, secondo la prassi, in latino.
Con il passaggio dal sistema accusatorio al sistema inquisitorio, i processi potevano essere avviati ex officio dal giudice, per publica fama, anche in mancanza di un accusatore. Tali procedimenti, secondo una prassi ben definita dai giuristi dell’epoca, consistevano in due fasi successive: l’inquisitio, in cui veniva interrogato l’accusato, si esaminavano le prove e si ascoltatavano eventuali testimoni, e la sentenza, emessa sulla base delle prove scaturite durante l’inquisizione.
Il processo contro Elena, definita nella sentenza di condanna mulierem incantatricem, divinatricem, sortilegiam, male condictionis vite et fame, era stato avviato per pubblica fama. Alla diffusione di tale fama aveva contribuito S. Bernardino, che sicuramente la conosceva bene, poiché, più volte, durante sue prediche a Siena, si era rivolto contro coloro che facevano ricorso a maleficia e incantamenta, recandosi «a la ‘ncantatrice a Travale». Nelle esortazioni e nelle esplicite minacce di Bernardino, anche se Elena non viene nominata, è chiaro il riferimento alla sua figura.
La sentenza di condanna di Elena, configurata come una sintesi del procedimento processuale, riporta solo i capi d’accusa e la confessione dell’accusata. Nel processo inquisitorio la prova di colpevolezza era costituita dalla confessione dell’accusato, ottenuta secondo i manuali a disposizione degli inquisitori, attraverso l’esame, cioè il semplice interrogatorio o il rigoroso esame, ossia la tortura. Non ci è dato sapere se la legictimam confessionem fu resa da Elena di sua spontanea volontà o se fu ottenuta con l’impiego della tortura. Manca, purtroppo, il gioco delle domande e delle risposte, attraverso il quale i giudici raggiungevano la verità; che di regola non scaturiva dalla spontanea confessione dell’imputato, ma era semplicemente quella prefigurata dagli inquisitori, a volte indotta dalle loro domande, spesso strappata con la tortura.
Tra i malefici confessati da Elena vi era la divinazione, che ella praticava invocando la Madonna e recitando le parole: «la vergine Maria gittò la sorte per trovare el suo figliolo e pò la giettò per llo tale se debba avere bene, o si o no». Contemporaneamente rigirava in una mano una «moneta crociata», che, gettata a terra, rivelava gli eventi futuri: «se viene la crocie debba avere bene, e se viene altro che crocie debba avere male».
La predizione del futuro praticata da maghi e indovini si basava sulla concezione del tempo, riconducibile ad archetipi mitologici, presenti presso le società agrarie. Nel mondo contadino lo scorrere del tempo era scandito dai cicli annuali e i riferimenti temporali seguivano l’avvicendarsi delle stagioni: un tempo in cui tutto si ripete e ciò che è stato torna ad essere.
Nella concezione ciclica del tempo sono collocati, in un unico spazio, uno di seguito all’altro, passato, presente e futuro. Il passato si ripete e il futuro, che già esiste in qualche parte in questo spazio mitologico, può essere svelato attraverso la magia. Secondo la visione cristiana invece il tempo è creazione di Dio, ha avuto un principio e avrà una fine; all’uomo è vietato intervenire sul corso del tempo o conoscere in anticipo gli avvenimenti, dipendenti esclusivamente dalla Provvidenza divina.
Per far venire presso di sé qualcuno o qualche donna, veniri ad se aliquem sive aliquam mulierem, Elena recitava per cinque domeniche consecutive l’invocazione: «domino e donna manda chotale a me». Per consentire il contatto col soprannaturale serve la parola: elemento essenziale comune sia alle preghiere, che agli incantesimi.
Tra le pratiche magiche di Elena vi era quella di «misurare a spanne», nella cui descrizione compare il termine “strega”. Dopo aver misurato tre spanne di una cintura appartenente a colui che dubitava fosse spiritato, Elena invocava Gesù, Iesu alte transito e liberato, affinchè lo difendesse «da ogni strega, da ogni spirito danato e da ogni malia che gli potesse nuocere». Se, dopo la formula, la misura della cintura risultava diversa e la cintura stessa «gittava», cioè misurava, più di tre spanne rispetto a prima, significava che il soggetto esaminato era «spiritato». La pratica di «misurare a spanne» era ben nota a S. Bernardino, che la cita in una delle sue prediche: «chi misura co’ le spanne (…) sono contra Idio. Così sarà Idio contra loro». Anche Matteuccia da Todi, condannata al rogo dopo la predicazione di Bernardino, guariva i posseduti «cum spandis mensurando».
Tra i poteri di Elena vi era anche quello di provocare il malum tempus: a tal fine recitava queste parole: « Idio sia in alto el tal luogo sia in transo e nugola sopra de quello luogo dove vuole fare piovere e venire maltempo». Questa pratica ricorda i «tempestari» citati da Agobardo da Lione, ai quali veniva attribuito il potere di scatenare terribili tempeste per distruggere i raccolti. Per smascherare l’autore di un furto, Elena prendeva «pane e cascio», recitava le «cinque parole le quagli sono nel salterio» e li dava a mangiare al sospettato; costui, se colpevole, era preso da movimenti incontrollabili, che gli impedivano di deglutire il cibo (una pratica che ricorda le ordalie). L’utilizzo del salterio nelle pratiche divinatorie era ben noto a S. Bernardino, che in una delle sue prediche condanna coloro che: «mittunt (…) sortes cum psalterio». Tra i poteri della «’ncantatrice» vi erano anche quelli che le permettevano di procurare febbre e infermità. A tale scopo recitava le parole: «Idio in altu el tale sia in transo e nugola sopra di lui febre terçana, quartana, noctaia e boctaia e ogni febre amara sia sopra di lui», sopra un indumento appartenente alla vittima prescelta. E «poi facta questa malia», dopo averne tagliato un frammento, lo cuciva «socto la pianta del piede nella calça sichè stia socto el piede» e a quel punto la vittima cadeva in «grande infremità». «Terzana» e «quartana» sono termini che fanno pensare a febbri intermittenti di origine malarica, noctaia può essere invece riferito ad una forma febbrile notturna.
Per suscitare sentimenti di amore o di odio tra due persone, Elena ricorreva a un singolare rituale magico. Si procurava una «nidata» di quattro rondinini, li poneva vivi all’interno di una pentola rossa, a sua volta inserita in «uno sopediano» (cassapanca), e ve li lasciava fino a quando erano morti; la polvere ottenuta dai corpi dei rondinini morti dandosi le spalle veniva somministrata a coloro tra i quali si voleva creare discordia; quella dei rondinini che, dopo la morte, stavano rivolti l'uno verso l’altro, era utilizzata per suscitare amore. Un rondinino compare anche tra i rituali di fascinazione messi in atto da Matteuccia da Todi: in uno di si nutriva per alcuni giorni l'uccellino con lo zucchero, per poi servirlo come cena alla persona che si voleva legare a sé.
Tra i crimini confessati da Elena figura quello di aver fatto evadere dalla prigione un certo «Fraciescho del contado di Perugia che stava a Travale, el quale era preso per ladro che aveva furato uno paio di buoi». Elena lo aveva tratto dal carcere, semplicemente recitando la formula: «Idio ti salvi (aiere) tre impiccati et per tre anegati e per tre morti a fferro nove sete e nello inferno ridete, nove davogli ne trarete e al tale anderete e dalla prigione el trarete». L’invocazione dei diavoli che trasportano fuori dalla prigione Francesco, sembra che non avvenga tanto per esplicito pactum dibolicum, che non compare nella sentenza, ma solo per il potere evocativo delle parole pronunciate da Elena.
Con alcune formule magiche, pronunciate più volte il giovedì e la domenica, Elena era capace di far impazzire una persona, ma facendole mangiare «della fava inversa», poteva farla impazzire immediatamente, senza ricorrere ad alcuna formula. Un’erba denominata faba inversa compare anche nel processo di Caterina da Bologna (8 agosto 1429), in cui l’accusata confessa di averla utilizzata per far impazzire il marito.
Con un cerimoniale che ricorda antiche pratiche pagane, Elena si recava presso un termine di confine, postovi sopra del pane recitava alcune formule: così riusciva a rendere gravemente inferma la vittima prescelta, procurandole «febre terçana, febre quartana, febre continua, febre noctaia, febre boctaia, febre amara».
Per ottenere la morte di qualcuno, gettava nel fuoco «nove parti di sale per nove buchi del corpo»: il cuore della persona scoppiava come il sale nel fuoco. Infatti, secondo la credenza popolare, il diavolo penetrava nei corpi umani attraverso i loro «pertugi naturali».
Tra malefici compiuti da Elena, compare anche l'aborto di alcune donne abitanti nel castello di Travale, rese gravide da rapporti illeciti. L’aborto era procurato somministrando una pozione, composta da due «once d’ariento solimato e dell’erba si chiama schiantapaçça pigliata VII volte». Durante il secolo XV il sublimato d’argento era usato nella cura della sifilide e della lebbra. Il più vasto campo di impiego erano però l’ostetricia e la ginecologia, in cui veniva utilizzato sotto forma di irrigazioni vaginali, responsabili della morte di molte donne. L’erba schiantapaçça potrebbe identificarsi con la ruta, conosciuta anche col nome di «ratapuzza». La ruta, ruta graveolens, era usata per facilitare la comparsa delle mestruazioni, ma a dosi elevate provocava contrazioni uterine e portava all’aborto; la dose impiegata purtroppo era molto vicina a quella letale e spesso provocava la morte.
Elena comunque, diversamente da Matteuccia da Todi, non finì sul rogo, la pena che le fu inflitta, come risulta dalla sentenza di seguito riprodotta, fu in parte pecuniaria e in parte corporale:

E poiché risulta a noi e alla nostra curia, attraverso la legittima confessione della detta Elena, resa spontaneamente dinanzi a noi in giudizio, che la detta Elena abitante nel castello di Travale della diocesi Volterrana, per molto tempo istigata dallo spirito diabolico e non avendo Dio davanti agli occhi ma piuttosto il nemico del genere umano, con i soprascritti sortilegi, divinazioni, incantesimi e malìe degli spiriti maligni, abbia provocato la distruzione della sua anima e il pericolo di molti e disgrazia e pernicioso esempio, pregiudizio, offesa alla vera fede e tutte le cose soprascritte e abbia insegnato a molti ad esercitare le suddette cose, e abbia dato ai molti che ricorrevano a lei per qualunque tribolazione risposte, consigli e rimedi fallaci e abbia applicato pratiche ingannevoli e dannose per molte volte espressamente proibite e vietate da nostra santa madre chiesa, dai quali sortilegi, divinazioni, e incantesimi degli spiriti maligni sono seguiti odi, inimicizie, rancori, scandali ed omicidi e cose peggiori potranno venire se non sarà usato un salutare rimedio celermente e oltre al resto sia stata costretta ad astenersi da qualunque macchinazione, divinazione, sortilegio e incantesimo dei demoni, e sia stata, se necessario, colpita dalla più grave scomunica, secondo ciò che dispongono contro tali delitti le leggi e le nostre costituzioni sinodali, intendendo in tal modo ovviare ad una malattia così pestifera e velenosa ed ai pericoli delle anime, così come siamo obbligati dai doveri d’ufficio a non passar sopra davanti agli occhi di tutti alle cose suddette, ma piuttosto ad applicarvi un salutare rimedio, visti e diligentemente esaminati gli atti del processo e la confessione della detta Elena con maestri in teologia ed altri venerabili religiosi e chierici, uomini esperti, sentito il parere di tutti, viste e considerate tutte quelle cose che erano da vedere e da considerare, umilmente invocati i nomi di Cristo, della beata Maria vergine e dei santi Vittore, Clemente, Giusto ed Ottaviano patroni di questa città, affinché la detta Elena non possa gloriarsi dei suoi delitti e la pena della medesima serva da esempio agli altri, con questa nostra sentenza di condanna giudichiamo, sentenziamo e stabiliamo che la detta Elena sia e debba essere condotta, con la mitria in testa e a suon di tromba e di frustate per le pubbliche vie della città di Volterra; e condotta nella piazza del Comune di Volterra vi rimanga per quattro ore, quindi sia ricondotta e rinchiusa nelle nostre carceri e che vi debba rimanere finché non abbia dato da distribuire ai poveri di Cristo, una parte congrua dei cinquanta fiorini d’oro, che ha guadagnato con i predetti incantesimi, divinazioni e sortilegi proibiti da santa madre Chiesa; e vogliamo che il suddetto denaro sia distribuito tra i poveri di Cristo di Travale e delle vicinanze dagli ufficiali del Comune di Siena che si trovano nel suddetto castello di Travale e da due bravi uomini incaricati ed eletti dal comune di Travale e dal maestro Marziale, pievano di Radicondoli, professore di sacre scritture, e rimettiamo in tutto alla loro coscienza di decidere nel modo più utile e fruttuoso su quali poveri uomini e donne intervenire.
Inoltre bandiamo la detta Elena, di cattiva fama e condizione, dalla nostra diocesi di Volterra e vogliamo e comandiamo che la detta Elena non abbia più, nel tempo stabilito per la sua vita, residenza personale nella detta diocesi e vogliamo che la detta Elena sia considerata ribelle a noi e bandita da tutta la nostra diocesi e nessuno osi farle qualche favore sotto pena di scomunica, nella quale vogliamo che incorra ipso facto chi avrà dato il suddetto aiuto e favore nella detta diocesi alla suddetta Elena bandita e ribelle.
Comandiamo inoltre alle comunità e ai singoli dell’uno e dell’altro sesso della nostra diocesi di Volterra che non debbano rifugiarsi o ricorrere alla suddetta Elena per le cose suddette, sotto pena di scomunica, nella quale vogliamo che incorrano ipso facto, da ora fino ad allora e da allora fino ad ora, e comandiamo alla detta Elena, sotto pena di scomunica nella quale vogliamo che incorra ipso facto se avrà rifiutato di obbedire ai nostri ordini, che non debba rimettersi a fare sortilegi, divinazioni e incantesimi. Ed anche sotto pena di confisca di tutti i suoi beni presenti e futuri da parte della camera apostolica, e perché non sembri poco emettere e proferire sentenze, senza che poi vengano eseguite, per questo affidiamo, imponiamo e diamo mandato a Iacopo di ser Andrea di Fucecchio, in questa circostanza nostro commissario, perché vada con servi e familiari per la suddetta città di Volterra e per i luoghi pubblici della stessa città e conduca la detta Elena e faccia in modo che sia condotta in giro nel modo predetto, fustigandola nella maniera e nella forma stabiliti. E che faccia queste e le altre cose più e meglio che può, secondo modo, metodo, legge e forma stabiliti. Con le preghiere e le altre cose.

Chi fosse veramente Elena da Travale e quale sia stata la sua sorte dopo la condanna, non ci è dato di sapere. Si trattava probabilmente di una donna in età avanzata, ma accanto al suo nome non si trova alcuna informazione utile a stabilirne età, stato sociale o provenienza familiare; perfino la paternità è volutamente emessa dal notaio, che redasse gli atti lasciando uno spazio vuoto.
Bernardino, durante il ciclo delle «Prediche volgari», tenuto in Piazza del Campo a Siena, aveva inveito contro coloro che andavano «a la ‘ncantarice a Travale», ma questo avveniva nell’anno 1425, ben due anni dopo la data del processo. Ciò lascerebbe supporre che Elena, malgrado la condanna, fosse tornata ad esercitare le sue arti magiche. È infatti verosimile che, dopo il sequestro di tutti i suoi beni, non le restasse altro modo per sopravvivere.

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Article written by Clara Ghirlandini | Ereticopedia.org © 2022

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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