Soto, Domingo de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Domingo de Soto (Segovia, 1494 – Salamanca, 15 novembre 1560) è stato un teologo domenicano spagnolo, tra i principali rappresentanti della Scuola di Salamanca, figura di rilievo nel dibattito politico, giuridico e teologico del XVI secolo.

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Dopo gli studi a Salamanca e ad Alcalá, completò la formazione a Parigi, dove insegnò logica alla Sorbona prima di rientrare in patria nel 1520. Un breve ritiro a Montserrat precedette l’ingresso nell’Ordine dei predicatori (1525), che segnò l’inizio della sua carriera accademica a Salamanca. Qui sostituì Melchor Cano nella cattedra di teologia e si legò strettamente a Francisco de Vitoria, di cui condivise l’impostazione ma con accenti originali.

La sua produzione fu ampia e variegata. Il De iustitia et iure (1553), in dieci libri, rimane l’opera più influente, punto di riferimento della riflessione morale e giuridica dell’età moderna. Si tratta di un trattato sistematico che abbraccia temi diversi – dalla proprietà privata alla giustizia commutativa e distributiva, dal contratto e dall’usura alla tassazione e al ruolo dello Stato – e che rappresenta una delle prime sintesi organiche di teologia morale e filosofia del diritto in età moderna. In esso elaborò una concezione della proprietà come diritto fondato insieme sul diritto naturale e sul diritto positivo, e sviluppò un’interpretazione del ius gentium non come semplice derivazione immediata della legge naturale, ma come costruzione storica e convenzionale dell’umanità, scaturita dalla naturale tendenza alla vita sociale e alla cooperazione. Tale impostazione, innovativa rispetto al modello tradizionale, consentiva di leggere il diritto delle genti come spazio di mediazione tra principi universali e ordinamenti particolari, riconoscendo che norme e istituzioni scaturivano dall’esperienza concreta delle comunità politiche.

Queste posizioni lo portarono a intervenire attivamente nelle discussioni sulla legittimità della conquista americana e sullo statuto degli indigeni, che ebbero il loro momento più celebre nella controversia di Valladolid (1550-1551) tra Bartolomé de Las Casas e Juan Ginés de Sepúlveda. Pur richiamandosi al magistero di Francisco de Vitoria, Soto introdusse sfumature proprie, sottolineando che la semplice resistenza o disobbedienza dei popoli americani non costituiva titolo sufficiente per privarli dei loro beni o della loro libertà. La sua riflessione sui diritti naturali degli indigeni e sul fondamento convenzionale del ius gentium contribuì a consolidare il quadro teorico su cui si sarebbero basate tanto le posizioni più radicali di Las Casas quanto le riforme legislative avviate dalla Corona spagnola con le cosiddette Nuevas Leyes de Indias.

Già qualche anno prima, nel 1545, aveva dibattuto con Juan de Robles sulla condizione dei poveri, distinguendo tra veri indigenti, bisognosi di sostegno istituzionale e caritativo, e falsi mendicanti, da indirizzare al lavoro forzato. Domingo de Soto, pur riconoscendo la necessità di un soccorso ai bisognosi reali, insisteva sull’opportunità di disciplinare la mendicità e di ridurre le pratiche di accattonaggio indiscriminato, che a suo giudizio minavano l’ordine sociale e la credibilità della carità cristiana. Questo approccio avrebbe influito sulla legislazione sociale castigliana e sui progetti assistenziali successivi, contribuendo a delineare un modello in cui l’aiuto al povero non era negato, ma regolato da criteri di discernimento morale e giuridico.

Partecipò al concilio di Trento come teologo imperiale (1545-1547), prendendo parte alla redazione dei decreti sul peccato originale e sulla giustificazione, e in seguito fu nominato confessore di Carlo V, incarico che svolse fino all’abdicazione dell’imperatore. Questo doppio ruolo – di teologo conciliare e di consigliere spirituale del sovrano – ne accrebbe l’autorevolezza e lo collocò al centro delle grandi questioni dottrinali del tempo.

Nei suoi scritti giuridici mantenne posizioni rigorose: pur distinguendo fra colpa teologica e colpa giuridica, sosteneva che la confessione fosse la prova regina nei procedimenti e che, laddove non fosse possibile raggiungere la verità con mezzi ordinari, potesse essere ammesso anche il ricorso al tormento. Una visione severa, che tuttavia mirava a garantire la certezza della colpa in un sistema processuale ancora fondato sull’intersezione fra diritto canonico e diritto civile.

Le sue prese di posizione gli valsero contrasti interni all’Ordine domenicano, soprattutto nella lunga querelle che divise i sostenitori di Melchor Cano e quelli di Bartolomé Carranza. Soto si collocò tra i critici di quest’ultimo, contestando i contenuti del suo Catecismo christiano, accusato di ambiguità dottrinali e di eccessiva apertura verso alcune correnti riformatrici. Pur mantenendo una linea di netta ortodossia, il suo atteggiamento nei confronti della catechesi e della disciplina sacramentale rivela la tensione tra difesa dell’autorità ecclesiastica e consapevolezza della necessità di una riforma dei costumi e delle pratiche religiose.
Morì a Salamanca il 15 novembre 1560 e venne sepolto nel convento di San Esteban, accanto a Francisco de Vitoria. L’orazione funebre fu pronunciata da Fray Luis de León, suo allievo. La sua influenza si prolungò ben oltre l’ambito teologico: alcuni studi hanno ipotizzato che le sue Quaestiones fossero lette dal giovane Galileo a Pisa, segno della vasta circolazione del suo pensiero.

Bibliografia essenziale

  • Dionisio Borobio, El sacramento de la penitencia en la Escuela de Salamanca: Francisco de Vitoria, Melchor Cano y Domingo de Soto, Publicaciones Universidad Pontificia, Salamanca 2006
  • Juan Belda-Plans, Domingo de Soto y la defensa de la Teología Escolástica en Trento, in "Scripta Theologica", XXVII/2, 1995, pp. 423-458.
  • Juan Belda-Plans, Domingo de Soto y la Reforma de la Teología en el siglo XVI, in "Anales Valentinos", XXI, 1995, pp. 193-221.
  • Vicente Beltrán de Heredia, Domingo de Soto. Estudio biográfico documentado, Ediciones Cultura Hispánica, Madrid 1961.
  • Jaime Brufau Prats, El pensamiento político de Domingo de Soto y su concepción del poder, Universidad de Salamanca, Salamanca, 1960.
  • María del Pilar Cuesta Domingo, Domingo de Soto, polígrafo de la Escuela de Salamanca, Fundación Ignacio Larramendi, Madrid 2013 (on line)

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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