Las Casas, Bartolomé de

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444
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Bartolomé de las Casas (Siviglia, ca. 1484 – Madrid, 18 luglio 1566) fu frate domenicano, teologo e vescovo di Chiapas, figura centrale nelle dispute cinquecentesche sulla legittimità della conquista e sulla natura degli indios d’America.

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Vita e opera

Figlio di un modesto commerciante, probabilmente di origine conversa, partecipò giovanissimo all’impresa coloniale nelle Antille, inizialmente come encomendero. Fu testimone diretto della violenza e delle devastazioni prodotte dalla colonizzazione spagnola, e proprio dall’esperienza delle miniere e dei repartimientos nacque la sua conversione morale e teologica (1514), ispirata dal celebre sermone di fra Antonio de Montesinos contro lo sfruttamento degli indigeni. Rinunciò allora alla propria encomienda e partì per la Spagna per denunciare alla corte di Ferdinando il Cattolico e poi del cardinale Cisneros la condizione degli indios.

Nel corso di tutta la sua lunga carriera, Las Casas sostenne sempre che gli abitanti del Nuovo Mondo erano veri uomini (veros homines), dotati di ragione, libertà e dominio naturale, e pertanto titolari di pieni diritti civili e religiosi. Si oppose all’idea di una loro inferiorità ontologica, difendendo il principio — poi sancito nella bolla Sublimis Deus di Paolo III (1537) — che nessun infedele poteva essere ridotto in schiavitù. In tal senso, la sua riflessione si colloca ai margini dell’ortodossia teologico-politica del tempo, nell’area più avanzata del tomismo domenicano, e si intreccia con la riflessione dei maestri di Salamanca (Vitoria, Soto), pur divergendo da essi per l’ampiezza universalistica del suo pacifismo.

Entrato tra i domenicani nel 1522, elaborò in quegli anni le sue opere principali: il De unico vocationis modo, che afferma come unica via di evangelizzazione la persuasione pacifica; la Brevísima relación de la destrucción de las Indias (1552), aspra requisitoria morale contro gli abusi dei conquistadores; e la vasta Historia de las Indias, scritta per testimoniare le atrocità della conquista e fondare una visione unitaria del genere umano.

Nel 1543 fu nominato vescovo di Chiapas e pubblicò il Confesonario, che negava l’assoluzione a encomenderos e conquistatori non pentiti, provocando l’ostilità generale dei coloni e delle autorità civili. Rientrato in Spagna nel 1547, partecipò alla grande Junta de Valladolid (1550-1551), dove si confrontò con Juan Ginés de Sepúlveda sul problema della guerra giusta e della legittimità della dominazione spagnola. La controversia segnò un momento decisivo nella storia del pensiero giuridico europeo: Las Casas negò che la conquista potesse essere considerata un mezzo legittimo d’evangelizzazione, condannandola come guerra tirannica, contraria al diritto naturale, divino e umano.

L’opera lascasiana, a metà tra profezia evangelica e costruzione giusnaturalistica, fu accolta con sospetto da parte di molti ambienti ecclesiastici, ma non conobbe mai censura inquisitoriale. Nessuna delle sue opere, neppure la Brevísima relación, fu inclusa negli Indici dei libri proibiti: il suo dissenso rimase sempre all’interno dell’orizzonte cattolico e della fedeltà alla monarchia. Tuttavia, la ricezione protestante e antispagnola dei suoi scritti nel tardo Cinquecento — soprattutto nei Paesi Bassi e in Inghilterra — ne fece un emblema della cosiddetta “leggenda nera”, accostandolo indebitamente alla stessa Inquisizione come simbolo delle contraddizioni della Spagna imperiale.

Negli ultimi anni, ritiratosi nel convento di Atocha, proseguì la redazione della Apologética historia sumaria e di trattati di tono sempre più radicale, come il De thesauris in Perú e le Doce dudas, nei quali arrivò a negare la legittimità del dominio spagnolo sulle Indie e a sostenere l’obbligo morale di restituzione dei beni sottratti ai popoli americani.

Figura complessa, contraddittoriamente oscillante tra il profetico e il giuridico, Las Casas rappresenta la tensione più alta tra l’universalismo cristiano e le pratiche coercitive della prima globalizzazione cattolica: un testimone scomodo, mai sospettato di eresia, ma in costante dialogo critico con i confini dell’ortodossia inquisitoriale e del potere imperiale. In questo senso è significativo come la figura di Las Casas sia stata progressivamente reinterpretata in chiave politica e confessionale. Alla fine del Cinquecento, i suoi scritti divennero arma ideologica nelle mani dei nemici della monarchia spagnola: le traduzioni fiamminghe, francesi e inglesi della Brevísima relación alimentarono la propaganda anti-cattolica e antispagnola della “Leyenda negra”, trasformando l’autore, suo malgrado, in un simbolo di denuncia dell’intolleranza inquisitoriale. In ogni caso, la sua difesa della libertà e della dignità degli indios si collocava pienamente entro l’orizzonte teologico del cattolicesimo riformatore, per quanto la corona e il Consiglio delle Indie limitarono, dopo il 1570, la circolazione delle sue opere per ragioni di opportunità politica, nel timore che le accuse di crudeltà e ingiustizia arrecassero danno alla reputazione della Spagna cattolica.

Bibliografia essenziale

  • Marcel Bataillon, Études sur Bartolomé de las Casas, Península, Barcelona 1976.
  • Manuel Giménez Fernández, Bartolomé de las Casas, t. I, Delegado de Cisneros para la reformación de Indias; t. II, Capellán de Carlos V y poblador de Cumaná, Escuela de Estudios Hispano-americanos, Sevilla 1953-1960.
  • Francisco Morales Padrón (coord.), Estudios sobre Fray Bartolomé de las Casas, Sevilla, Escuela de Estudios Hispano-americanos, 1974
  • Lewis Hanke, Estudios sobre fray Bartolomé de las Casas y la lucha por la justicia social en la conquista española de América, Biblioteca de la Academia Nacional de la Historia, Caracas 1968.
  • Bernat Hernández, Bartolomé de las Casas, Taurus, Barcelona 2015.
  • Alvaro Huerga, Fray Bartolomé de las Casas, vida y obras, Alianza Editorial, Madrid 1998.
  • Isacio Pérez Fernández, Inventario documentado de los escritos de Fr. Bartolomé de las Casa, Universidad Central, Vicariatos Dominicos del Caribe, Bayamón (Puerto Rico) 1991.
  • Isacio Pérez Fernández, Fray Bartolomé de las Casas, O.P. De defensor de los indios a defensor de los negros, San Esteban, Salamanca 1995.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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